Nel solco di importanti convegni internazionali di studio che si sono occupati dei rapporti tra gruppi umani e territorio nel Mezzogiorno italiano dei secoli di mezzo, questo contributo indaga le origini e l’evoluzione di un patrimonio monastico destinato a diventare davvero cospicuo, ma prova inoltre a ricostruire l'immagine di un'intensa attività umana necessariamente legata alla qualità dei beni elencati. Del resto il discorso non potrebbe limitarsi alla terra ed alle coltivazioni, perché bisogna sforzarsi di intendere sempre meglio il senso dei legami e delle vitali interdipendenze che uniscono in continua dialettica l'uomo al resto del sistema/ambiente. Nel Ducato di Amalfi, come altrove, tante di queste attività sono appunto riconducibili ai monasteri, i quali, sin dal secolo X, contribuirono a creare e a trasformare l'ambiente e il paesaggio della Costa, costituito dapprima da terreni incolti e da seminativi nudi coltivati a legumi, ben presto ridotti di numero dal prevalere assoluto della vite, che, nel corso del XII secolo, cedette il posto alla coltura del castagno, prima di avere nuova fortuna nella seconda metà del secolo successivo. Lo stesso nel quale si ebbero di seguito l'affermazione del bosco, favorita proprio dall'arretramento del castagno, il diffondersi dell'oliveto ed infine, quasi all'aprirsi del nuovo secolo, l'introduzione di colture del tutto nuove, frutteti agrumeti e roseti, che modificarono in maniera più evidente il paesaggio. Questo almeno fino al XIII/XIV secolo, quando ormai intorno al «monasterium puellarum beati Laurentii levite et Christi martiris» di terre e rendite ce ne erano davvero ben poche, mentre gli uomini sceglievano altrove per sé diversi e più remunerativi destini.

Terra e uomini intorno al monastero amalfitano di S. Lorenzo del Piano

SANGERMANO, Gerardo
2004

Abstract

Nel solco di importanti convegni internazionali di studio che si sono occupati dei rapporti tra gruppi umani e territorio nel Mezzogiorno italiano dei secoli di mezzo, questo contributo indaga le origini e l’evoluzione di un patrimonio monastico destinato a diventare davvero cospicuo, ma prova inoltre a ricostruire l'immagine di un'intensa attività umana necessariamente legata alla qualità dei beni elencati. Del resto il discorso non potrebbe limitarsi alla terra ed alle coltivazioni, perché bisogna sforzarsi di intendere sempre meglio il senso dei legami e delle vitali interdipendenze che uniscono in continua dialettica l'uomo al resto del sistema/ambiente. Nel Ducato di Amalfi, come altrove, tante di queste attività sono appunto riconducibili ai monasteri, i quali, sin dal secolo X, contribuirono a creare e a trasformare l'ambiente e il paesaggio della Costa, costituito dapprima da terreni incolti e da seminativi nudi coltivati a legumi, ben presto ridotti di numero dal prevalere assoluto della vite, che, nel corso del XII secolo, cedette il posto alla coltura del castagno, prima di avere nuova fortuna nella seconda metà del secolo successivo. Lo stesso nel quale si ebbero di seguito l'affermazione del bosco, favorita proprio dall'arretramento del castagno, il diffondersi dell'oliveto ed infine, quasi all'aprirsi del nuovo secolo, l'introduzione di colture del tutto nuove, frutteti agrumeti e roseti, che modificarono in maniera più evidente il paesaggio. Questo almeno fino al XIII/XIV secolo, quando ormai intorno al «monasterium puellarum beati Laurentii levite et Christi martiris» di terre e rendite ce ne erano davvero ben poche, mentre gli uomini sceglievano altrove per sé diversi e più remunerativi destini.
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