La coerenza tra le parole e le cose è l’obiettivo filosofico fondamentale perseguito dagli intellettuali latini nell’alto Medioevo (secoli VIII-XI) mediante l’impiego di regole e strumenti conoscitivi propri delle arti liberali, in particolare delle «artes loquendi». Concentrando le indagini sul dibattito, di ambito logico-filosofico, relativo alla natura (reale o puramente nominale) degli universali, e sulle sue conseguenze in ambito teologico, il presente studio evidenzia, sulla base di un'attenta lettura dei documenti testuali, uno stretto parallelismo tra l’opzione nominalistica in logica, la devalorizzazione delle discipline liberali e della loro pretesa di ricostruire l’ordine del cosmo come è stato pensato da Dio nel Verbo, e una accentuata difesa dei valori morali secondo le prospettive della corrente riformista durante la lotta per le investiture. In base ad una revisione dei giudizi storiografici tradizionali, i secoli dell’alto Medioevo appaiono come il teatro dello scontro non tra i due schieramenti, poco rispondenti alla realtà storica, dei ‘dialettici’ e degli ‘anti-dialettici’, ma come il contesto del progressivo superamento della posizione degli «antiqui», maestri legati alla tradizione speculativa dell’esemplarismo teologico e dell’ontologia realista che affonda le radici nella rinascita speculativa di epoca carolingia, da parte di quella dei «moderni», teologi riformatori e sostenitori del fideismo più radicale contro le pretese delle arti liberali, e quindi portatori di un riduttivo nominalismo in ambito epistemologico. In particolare vengono sottoposte ad una rinnovata lettura da una parte la figura di Berengario di Tour, esponente del platonismo realista di antica ascendenza carolingia; e, dall'altra, quella di Roscellino di Compiègne, criticato da Anselmo d’Aosta come difensore di un eretico e banalizzante triteismo, ma qui reinterpretato quale sostenitore di una riduzione della dialettica a pura arte della costruzione delle parole e delle loro connessioni logiche (incapace quindi di descrivere l’oggettivo modo di essere della realtà), e del sapere filosofico-teologico a strumento puramente pratico, concretamente operante per la correzione dei vizi degli ecclesiastici corrotti. Anselmo appare invece come il più maturo sostenitore di una ritrovata coerenza di parole, cose e pensiero: posizione teoretica destinata ad essere accolta quasi universalmente presso le generazioni seguenti, in quanto consente di guidare l’intelligenza di chi crede alla composizione di un organico e compiuto sistema di pensiero filosofico-teologico.

Tra "antiqui" e "moderni". Parole e cose nel dibattito teologico altomedievale

D'ONOFRIO, Giulio
2005

Abstract

La coerenza tra le parole e le cose è l’obiettivo filosofico fondamentale perseguito dagli intellettuali latini nell’alto Medioevo (secoli VIII-XI) mediante l’impiego di regole e strumenti conoscitivi propri delle arti liberali, in particolare delle «artes loquendi». Concentrando le indagini sul dibattito, di ambito logico-filosofico, relativo alla natura (reale o puramente nominale) degli universali, e sulle sue conseguenze in ambito teologico, il presente studio evidenzia, sulla base di un'attenta lettura dei documenti testuali, uno stretto parallelismo tra l’opzione nominalistica in logica, la devalorizzazione delle discipline liberali e della loro pretesa di ricostruire l’ordine del cosmo come è stato pensato da Dio nel Verbo, e una accentuata difesa dei valori morali secondo le prospettive della corrente riformista durante la lotta per le investiture. In base ad una revisione dei giudizi storiografici tradizionali, i secoli dell’alto Medioevo appaiono come il teatro dello scontro non tra i due schieramenti, poco rispondenti alla realtà storica, dei ‘dialettici’ e degli ‘anti-dialettici’, ma come il contesto del progressivo superamento della posizione degli «antiqui», maestri legati alla tradizione speculativa dell’esemplarismo teologico e dell’ontologia realista che affonda le radici nella rinascita speculativa di epoca carolingia, da parte di quella dei «moderni», teologi riformatori e sostenitori del fideismo più radicale contro le pretese delle arti liberali, e quindi portatori di un riduttivo nominalismo in ambito epistemologico. In particolare vengono sottoposte ad una rinnovata lettura da una parte la figura di Berengario di Tour, esponente del platonismo realista di antica ascendenza carolingia; e, dall'altra, quella di Roscellino di Compiègne, criticato da Anselmo d’Aosta come difensore di un eretico e banalizzante triteismo, ma qui reinterpretato quale sostenitore di una riduzione della dialettica a pura arte della costruzione delle parole e delle loro connessioni logiche (incapace quindi di descrivere l’oggettivo modo di essere della realtà), e del sapere filosofico-teologico a strumento puramente pratico, concretamente operante per la correzione dei vizi degli ecclesiastici corrotti. Anselmo appare invece come il più maturo sostenitore di una ritrovata coerenza di parole, cose e pensiero: posizione teoretica destinata ad essere accolta quasi universalmente presso le generazioni seguenti, in quanto consente di guidare l’intelligenza di chi crede alla composizione di un organico e compiuto sistema di pensiero filosofico-teologico.
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11386/1062977
 Attenzione

Attenzione! I dati visualizzati non sono stati sottoposti a validazione da parte dell'ateneo

Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact