Fin dai primi ritrovamenti e per tutto il XVIII secolo, notizie e immagini delle antichità vesuviane furono diffuse in Europa dai viaggiatori, attraverso la corrispondenza con antiquari ed eruditi o i ragguagli indirizzati alle accademie in patria, ma anche attraverso le descrizioni inserite nei consueti racconti di viaggio. Nonostante le dure condizioni di viaggio fino a Napoli e le ferree restrizioni che vietavano di «make use of a pencil», infatti, una schiera di infaticabili turisti si era impegnato ad adattare al modello codificato della letteratura odeporica contemporanea resoconti più o meno attendibili degli scavi di Ercolano e Pompei e delle collezioni del museo che, dal 1750, era stato allestito da Carlo di Borbone nella Reggia di Portici. Così, gli scavi e il museo diventarono un luogo comune della letteratura di viaggio: le loro stesse caratteristiche, infatti, ne facevano il banco di prova privilegiato di quell’esercizio di appropriazione percettiva e sentimentale, materiale e culturale, di luoghi e oggetti che, proprio a partire dall’esperienza vissuta del Grand Tour, aveva costituito la progressiva affermazione del nuovo sentire. Da questo punto di vista, le Letters from Italy dell’inglese Anna Miller (1776) sono un caso esemplare: come il giardino pittoresco, infatti, trasformava i visitatori in spettatatori attivi, così, nelle Letters la testimonianza oculare e percettiva dei luoghi e delle antichità vesuviane si istruiva come esperienza vissuta, psicofisiologica ed intellettuale. In una parola, sentimentale. Da questo punto di vista, la Miller istruiva un discorso sull’arte aggiornato e credibile per un pubblico ampio, il cui lessico è mutuato direttamente da The Analysis of Beauty di William Hogarth: mentre il viaggio in Italia sollecitava da più di un decennio l’adesione di artisti e collezionisti al linguaggio classicista del grand goût, nelle Letters della Miller, invece, le nozioni di variety, intricacy, waving line of beauty e serpentine line of grace organizzavano una sensibilità acuta, domestica e borghese, per gli oggetti comuni, antichi.

Curiosità archeologiche e perpezie del gusto. Il museo di Portici nelle Letters from Italy di Lady Anna Miller

TROTTA, Antonella
2008

Abstract

Fin dai primi ritrovamenti e per tutto il XVIII secolo, notizie e immagini delle antichità vesuviane furono diffuse in Europa dai viaggiatori, attraverso la corrispondenza con antiquari ed eruditi o i ragguagli indirizzati alle accademie in patria, ma anche attraverso le descrizioni inserite nei consueti racconti di viaggio. Nonostante le dure condizioni di viaggio fino a Napoli e le ferree restrizioni che vietavano di «make use of a pencil», infatti, una schiera di infaticabili turisti si era impegnato ad adattare al modello codificato della letteratura odeporica contemporanea resoconti più o meno attendibili degli scavi di Ercolano e Pompei e delle collezioni del museo che, dal 1750, era stato allestito da Carlo di Borbone nella Reggia di Portici. Così, gli scavi e il museo diventarono un luogo comune della letteratura di viaggio: le loro stesse caratteristiche, infatti, ne facevano il banco di prova privilegiato di quell’esercizio di appropriazione percettiva e sentimentale, materiale e culturale, di luoghi e oggetti che, proprio a partire dall’esperienza vissuta del Grand Tour, aveva costituito la progressiva affermazione del nuovo sentire. Da questo punto di vista, le Letters from Italy dell’inglese Anna Miller (1776) sono un caso esemplare: come il giardino pittoresco, infatti, trasformava i visitatori in spettatatori attivi, così, nelle Letters la testimonianza oculare e percettiva dei luoghi e delle antichità vesuviane si istruiva come esperienza vissuta, psicofisiologica ed intellettuale. In una parola, sentimentale. Da questo punto di vista, la Miller istruiva un discorso sull’arte aggiornato e credibile per un pubblico ampio, il cui lessico è mutuato direttamente da The Analysis of Beauty di William Hogarth: mentre il viaggio in Italia sollecitava da più di un decennio l’adesione di artisti e collezionisti al linguaggio classicista del grand goût, nelle Letters della Miller, invece, le nozioni di variety, intricacy, waving line of beauty e serpentine line of grace organizzavano una sensibilità acuta, domestica e borghese, per gli oggetti comuni, antichi.
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