Nel modello di origine del processo amministrativo alla tutela cautelare erano dedicate poche e scarne disposizioni. La centralità dell’azione demolitoria relegava in secondo piano l’incidente cautelare, costringendolo negli angusti spazi della strumentalità e della interinalità. L’unica funzione riconosciuta alla misura cautelare era quella strettamente conservativa. La patologica incapacità del sistema di produrre giustizia attraverso le sentenze, però, ha costretto il Legislatore a potenziare la valenza e la funzione dell’incidente cautelare. Da strumento di conservazione, così, la misura cautelare è diventata veicolo di tutela giurisdizionale degli interessi incisi dall’esercizio del potere. La fase cautelare, anzi, da elemento marginale, si è estesa fino a diventare la fase centrale, risolutiva e determinante del processo amministrativo. Non a caso si è parlato di “cautelarizzazione” del processo amministrativo. Più si allungano i tempi fisiologici del processo, più diventa centrale e rilevante l’incidente cautelare. L’esaltazione della fase cautelare, allora, ha indotto una sostanziale rimodulazione in estensione delle forme e dei contenuti della misura cautelare. Dal modello normativo a tipicità bloccata, costruito in funzione della tutela degli interessi oppositivi, si è passati all’atipicità tipizzata, per offrire pari garanzie di tutela agli interessi di natura pretensiva. Il processo di progressiva assimilazione delle ordinanze cautelari alle sentenze di merito inevitabilmente ha riguardato anche il regime delle impugnazioni. La dilatazione oltre i limiti della tipicità e della strumentalità dei poteri esercitabili dal Giudice della cautela deve necessariamente essere controbilanciata ampliando il più possibile lo spettro delle garanzie impugnatorie. Si tratta, allora, di verificare margini e limiti di applicabilità dei rimedi impugnatori diversi dall’appello all’ordinanza cautelare.

Processo cautelare e garanzie impugnatorie: i mezzi di impugnazione diversi dall'appello.

D'EMMA, Gaetano
2008

Abstract

Nel modello di origine del processo amministrativo alla tutela cautelare erano dedicate poche e scarne disposizioni. La centralità dell’azione demolitoria relegava in secondo piano l’incidente cautelare, costringendolo negli angusti spazi della strumentalità e della interinalità. L’unica funzione riconosciuta alla misura cautelare era quella strettamente conservativa. La patologica incapacità del sistema di produrre giustizia attraverso le sentenze, però, ha costretto il Legislatore a potenziare la valenza e la funzione dell’incidente cautelare. Da strumento di conservazione, così, la misura cautelare è diventata veicolo di tutela giurisdizionale degli interessi incisi dall’esercizio del potere. La fase cautelare, anzi, da elemento marginale, si è estesa fino a diventare la fase centrale, risolutiva e determinante del processo amministrativo. Non a caso si è parlato di “cautelarizzazione” del processo amministrativo. Più si allungano i tempi fisiologici del processo, più diventa centrale e rilevante l’incidente cautelare. L’esaltazione della fase cautelare, allora, ha indotto una sostanziale rimodulazione in estensione delle forme e dei contenuti della misura cautelare. Dal modello normativo a tipicità bloccata, costruito in funzione della tutela degli interessi oppositivi, si è passati all’atipicità tipizzata, per offrire pari garanzie di tutela agli interessi di natura pretensiva. Il processo di progressiva assimilazione delle ordinanze cautelari alle sentenze di merito inevitabilmente ha riguardato anche il regime delle impugnazioni. La dilatazione oltre i limiti della tipicità e della strumentalità dei poteri esercitabili dal Giudice della cautela deve necessariamente essere controbilanciata ampliando il più possibile lo spettro delle garanzie impugnatorie. Si tratta, allora, di verificare margini e limiti di applicabilità dei rimedi impugnatori diversi dall’appello all’ordinanza cautelare.
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