Il lavoro ha inteso ricostruire l’approccio esegetico di Domenico Demarco all’opera di ricognizione statistica posta in essere da Luca de Samuele Cagnazzi durante il «decennio francese», nota come Statistica murattiana. Dopo aver descritto in dettaglio il processo di avvicinamento di Demarco all’argomento, e dopo averne sottolineato la ponderosità e la complessità, si è inteso ricostruire, in chiave critica, la posizione di Demarco circa l’attendibilità delle notizie ricavate dalla «Statistica» e circa l’originalità dell’indagine elaborata da Cagnazzi. Antesignano delle polemiche circa l’obiettività della ricognizione statistica del 1811 fu, negli anni Cinquanta, il Cassese, il quale pur lodando l’impostazione di fondo dell’inchiesta, mise in guardia gli studiosi dalla totale ed acritica accettazione dei suoi risultati, soprattutto alla luce del fatto che gli strumenti di rilevazione utilizzati all’epoca di Cagnazzi erano ancora empirici e rudimentali. Non mancò poi di rimarcare, il Cassese, come l’inchiesta del 1811 si ricollegasse in buona misura alle indagini condotte in Francia durante il Consolato e come storiograficamente andassero valorizzati i precedenti indigeni della statistica riconducibili all’opera di Genovesi. Tutti argomenti, questi, ritenuti poco convincenti da Scirocco, per il quale le iniziative promosse nel «decennio francese», rispetto a quelle della stagione riformistica genovesiana, ebbero luogo in un contesto politico, economico e culturale affatto diverso. In tal senso, andava riconosciuto a Cagnazzi il merito di aver fatto filtrare l’idea che la statistica rappresentasse un indispensabile strumento di conoscenza dello stato delle cose economiche e l’imprescindibile punto di partenza dell’avvio di riforme strutturali. Rilievi critici, non tanto sui meriti scientifici di Cagnazzi, ma in generale sull’utilizzo strumentale delle ricognizioni statistiche da parte dei governi napoleonici, espresse anche Luzzatto. A tali rilievi avrebbe risposto, in un suo scritto del 1965, il Farolfi, per il quale se potevano essere messi in discussione, in quanto ancora rudimentali, i metodi di rilevazione ed i dati rivenienti dalle statistiche del periodo napoleonico, non si poteva negare l’utilità delle informazioni di taglio qualitativo ricavabili da esse. Il Ricchioni, da parte sua, aveva giudicato attendibili i risultati della «statistica murattiana» proprio in virtù del fatto che i questionari preparati da Cagnazzi erano congegnati con estrema semplicità ed erano indirizzati non solo ai funzionari periferici, ma anche a professionisti, sindaci, società d’agricoltura, privati cittadini. In conclusione, richiamandosi direttamente al Fourastié, Demarco sottolinea come a ben vedere i limiti della statistica del 1811 potrebbero essere estesi a buona parte delle fonti storico-economiche italiane prima dell’unità. Tuttavia, conclude Demarco, nel caso del regno di Napoli, il solo fatto di aver tentato di operare una ricognizione statistica di tale ampiezza costituisce, al di là dei risultati e delle difficoltà incontrate nella redazione della statistica generale, una fondamentale lezione di metodo. Infatti, grazie alla straordinaria messe di notizie ricavate dall’indagine, si poté disporre di un quadro dettagliato dei diversi settori economici, delle loro deficienze strutturali, degli sforzi che si stavano compiendo (e che bisognava ancora compiere) per trasformare le condizioni naturali del territorio e per favorire nuovi rapporti sociali di produzione.

Domenico Demarco e la statistica murattiana

SANTILLO, Marco
2010

Abstract

Il lavoro ha inteso ricostruire l’approccio esegetico di Domenico Demarco all’opera di ricognizione statistica posta in essere da Luca de Samuele Cagnazzi durante il «decennio francese», nota come Statistica murattiana. Dopo aver descritto in dettaglio il processo di avvicinamento di Demarco all’argomento, e dopo averne sottolineato la ponderosità e la complessità, si è inteso ricostruire, in chiave critica, la posizione di Demarco circa l’attendibilità delle notizie ricavate dalla «Statistica» e circa l’originalità dell’indagine elaborata da Cagnazzi. Antesignano delle polemiche circa l’obiettività della ricognizione statistica del 1811 fu, negli anni Cinquanta, il Cassese, il quale pur lodando l’impostazione di fondo dell’inchiesta, mise in guardia gli studiosi dalla totale ed acritica accettazione dei suoi risultati, soprattutto alla luce del fatto che gli strumenti di rilevazione utilizzati all’epoca di Cagnazzi erano ancora empirici e rudimentali. Non mancò poi di rimarcare, il Cassese, come l’inchiesta del 1811 si ricollegasse in buona misura alle indagini condotte in Francia durante il Consolato e come storiograficamente andassero valorizzati i precedenti indigeni della statistica riconducibili all’opera di Genovesi. Tutti argomenti, questi, ritenuti poco convincenti da Scirocco, per il quale le iniziative promosse nel «decennio francese», rispetto a quelle della stagione riformistica genovesiana, ebbero luogo in un contesto politico, economico e culturale affatto diverso. In tal senso, andava riconosciuto a Cagnazzi il merito di aver fatto filtrare l’idea che la statistica rappresentasse un indispensabile strumento di conoscenza dello stato delle cose economiche e l’imprescindibile punto di partenza dell’avvio di riforme strutturali. Rilievi critici, non tanto sui meriti scientifici di Cagnazzi, ma in generale sull’utilizzo strumentale delle ricognizioni statistiche da parte dei governi napoleonici, espresse anche Luzzatto. A tali rilievi avrebbe risposto, in un suo scritto del 1965, il Farolfi, per il quale se potevano essere messi in discussione, in quanto ancora rudimentali, i metodi di rilevazione ed i dati rivenienti dalle statistiche del periodo napoleonico, non si poteva negare l’utilità delle informazioni di taglio qualitativo ricavabili da esse. Il Ricchioni, da parte sua, aveva giudicato attendibili i risultati della «statistica murattiana» proprio in virtù del fatto che i questionari preparati da Cagnazzi erano congegnati con estrema semplicità ed erano indirizzati non solo ai funzionari periferici, ma anche a professionisti, sindaci, società d’agricoltura, privati cittadini. In conclusione, richiamandosi direttamente al Fourastié, Demarco sottolinea come a ben vedere i limiti della statistica del 1811 potrebbero essere estesi a buona parte delle fonti storico-economiche italiane prima dell’unità. Tuttavia, conclude Demarco, nel caso del regno di Napoli, il solo fatto di aver tentato di operare una ricognizione statistica di tale ampiezza costituisce, al di là dei risultati e delle difficoltà incontrate nella redazione della statistica generale, una fondamentale lezione di metodo. Infatti, grazie alla straordinaria messe di notizie ricavate dall’indagine, si poté disporre di un quadro dettagliato dei diversi settori economici, delle loro deficienze strutturali, degli sforzi che si stavano compiendo (e che bisognava ancora compiere) per trasformare le condizioni naturali del territorio e per favorire nuovi rapporti sociali di produzione.
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