Introduzione La legge 17/99 ha introdotto un sistema organizzativo maggiormente centrato sullo studente universitario disabile. La nascita della CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità), nel 2000, ha inteso favorire, inoltre, la partecipazione dello studente disabile alla vita universitaria in maniera attiva, al fine di promuovere e garantire l’elaborazione di strategie di intervento plurime e personalizzate, in relazione a bisogni e situazioni diversificate (Ianes, 2005). E’ stato anche istituito il tutoraggio tra pari e il tutoraggio specializzato. Gli studi sul peer tutoring hanno evidenziato che le relazioni tra gli studenti universitari “normodotati” e i colleghi disabili sono generalmente caratterizzate da livelli di disponibilità e accettazione più consistenti di quelli che si osservano generalmente nella scuola dell’obbligo e nella scuola media superiore. Nei processi di integrazione delle disabilità, il peer-tutoring (Gordon, 2005), quale metodo in cui un tutor “esperto”, appartenente ad uno stesso gruppo sociale (ad esempio, come nel nostro caso, di studenti universitari della stessa Facoltà), affianca nei processi di apprendimento un tutee “novizio”, risulta essere particolarmente produttivo, migliorando negli studenti disabili l’autostima, le abilità sociali, il locus of control. Questa relazione, che deve avere di base un’interdipendenza tra i membri (Falchikov, 2012), è capace di agire anche sulla motivazione dei tutee, nonché sull’empowerment di tutor e tutee (Parkin & McKegany, 2000; Colvin, 2007). Ipotesi ed obiettivi - Il metodo peer tutoring può facilitare l’integrazione degli studenti universitari con disabilità; - la condivisione di problematiche tipiche universitarie e le paritarie condizioni di partenza dei peer-tutor e tutee facilitano i reciproci processi di socializzazione. La nostra attenzione è stata rivolta agli aspetti emotivo-affettivi, di socializzazione e di successo/insuccesso universitario della relazione educativa tutor e tutee. Partecipanti e metodologia Hanno preso parte alla ricerca 20 peer tutor della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno. Alla fine dei sei mesi di attività, essi sono stati sottoposti ad un’intervista semi-strutturata, costruita ad hoc. Procedure di analisi La ricerca ha adottato una modalità di analisi quanti-qualitativa, basata sull’interpretazione delle modalità di risposta dei partecipanti. Le interviste sono state trascritte, protocollate ed unificate in un unico corpus testuale. Su questo corpus è stata effettuata l’analisi del contenuto del testo con l’utilizzo del software “T-lab 5.5” (Lancia, 2005). Risultati Un elemento rilevante emerso riguarda la funzione del tutor ,che è stato definito come una persona che contribuisce allo sviluppo formativo degli studenti a lui affidati. Nelle interviste si evidenzia una quasi totale assenza dell’utilizzo dei termini “disabile” e “disabilità”. I tutor sembrano concentrati esclusivamente sulla relazione con i propri tutee e sulle attività da svolgere, tralasciano le questioni correlate alla disabilità. La relazione tutor/tutee appare focalizzarsi su obiettivi comuni e sulle prassi educative da implementare, annullando, in tal modo, la percezione della diversità. Inoltre, emerge come il tutor sia una persona che sostiene e stimola continuamente, individualizzando al massimo le metodologie di insegnamento/apprendimento, al fine di favorire la crescita dell’autostima dei propri tutee. Tuttavia, questa relazione di apprendimento si attua in un legame affettivo amicale simmetrico, in cui il tutee acquisisce competenze e sicurezza, e parimenti il tutor acquisisce le medesime cose. Conclusioni In generale, possiamo affermare che i nostri dati evidenziano come il peer tutoring sia una metodologia adatta a sviluppare una relazione reciproca di competenze, all’interno di una relazione affettiva e simmetrica; l’attività di tutorato tra pari consente il superamento dell’ottica assistenziale relativa alla disabilità, spinge il tutee a “superare se stesso”, facilitandone gli apprendimenti e attivando così la sua “zona di sviluppo prossimale”.

Tutorato tra pari e integrazione universitaria della disabilità

SAVARESE, Giulia;FASANO, ORESTE;MOLLO, MONICA;PECORARO, NADIA
2013

Abstract

Introduzione La legge 17/99 ha introdotto un sistema organizzativo maggiormente centrato sullo studente universitario disabile. La nascita della CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità), nel 2000, ha inteso favorire, inoltre, la partecipazione dello studente disabile alla vita universitaria in maniera attiva, al fine di promuovere e garantire l’elaborazione di strategie di intervento plurime e personalizzate, in relazione a bisogni e situazioni diversificate (Ianes, 2005). E’ stato anche istituito il tutoraggio tra pari e il tutoraggio specializzato. Gli studi sul peer tutoring hanno evidenziato che le relazioni tra gli studenti universitari “normodotati” e i colleghi disabili sono generalmente caratterizzate da livelli di disponibilità e accettazione più consistenti di quelli che si osservano generalmente nella scuola dell’obbligo e nella scuola media superiore. Nei processi di integrazione delle disabilità, il peer-tutoring (Gordon, 2005), quale metodo in cui un tutor “esperto”, appartenente ad uno stesso gruppo sociale (ad esempio, come nel nostro caso, di studenti universitari della stessa Facoltà), affianca nei processi di apprendimento un tutee “novizio”, risulta essere particolarmente produttivo, migliorando negli studenti disabili l’autostima, le abilità sociali, il locus of control. Questa relazione, che deve avere di base un’interdipendenza tra i membri (Falchikov, 2012), è capace di agire anche sulla motivazione dei tutee, nonché sull’empowerment di tutor e tutee (Parkin & McKegany, 2000; Colvin, 2007). Ipotesi ed obiettivi - Il metodo peer tutoring può facilitare l’integrazione degli studenti universitari con disabilità; - la condivisione di problematiche tipiche universitarie e le paritarie condizioni di partenza dei peer-tutor e tutee facilitano i reciproci processi di socializzazione. La nostra attenzione è stata rivolta agli aspetti emotivo-affettivi, di socializzazione e di successo/insuccesso universitario della relazione educativa tutor e tutee. Partecipanti e metodologia Hanno preso parte alla ricerca 20 peer tutor della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno. Alla fine dei sei mesi di attività, essi sono stati sottoposti ad un’intervista semi-strutturata, costruita ad hoc. Procedure di analisi La ricerca ha adottato una modalità di analisi quanti-qualitativa, basata sull’interpretazione delle modalità di risposta dei partecipanti. Le interviste sono state trascritte, protocollate ed unificate in un unico corpus testuale. Su questo corpus è stata effettuata l’analisi del contenuto del testo con l’utilizzo del software “T-lab 5.5” (Lancia, 2005). Risultati Un elemento rilevante emerso riguarda la funzione del tutor ,che è stato definito come una persona che contribuisce allo sviluppo formativo degli studenti a lui affidati. Nelle interviste si evidenzia una quasi totale assenza dell’utilizzo dei termini “disabile” e “disabilità”. I tutor sembrano concentrati esclusivamente sulla relazione con i propri tutee e sulle attività da svolgere, tralasciano le questioni correlate alla disabilità. La relazione tutor/tutee appare focalizzarsi su obiettivi comuni e sulle prassi educative da implementare, annullando, in tal modo, la percezione della diversità. Inoltre, emerge come il tutor sia una persona che sostiene e stimola continuamente, individualizzando al massimo le metodologie di insegnamento/apprendimento, al fine di favorire la crescita dell’autostima dei propri tutee. Tuttavia, questa relazione di apprendimento si attua in un legame affettivo amicale simmetrico, in cui il tutee acquisisce competenze e sicurezza, e parimenti il tutor acquisisce le medesime cose. Conclusioni In generale, possiamo affermare che i nostri dati evidenziano come il peer tutoring sia una metodologia adatta a sviluppare una relazione reciproca di competenze, all’interno di una relazione affettiva e simmetrica; l’attività di tutorato tra pari consente il superamento dell’ottica assistenziale relativa alla disabilità, spinge il tutee a “superare se stesso”, facilitandone gli apprendimenti e attivando così la sua “zona di sviluppo prossimale”.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11386/3964205
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