Attraverso la storia esemplare di Gilda Mignonette, la proposta intende focalizzare l’attenzione su un particolare tipo di interprete della canzone napoletana che, dallo snodo cruciale tra ‘800 e ‘900, si è protratta fino alla metà del XX secolo. Si tratta di evidenziare il profilo di un singolare genere di artista di area partenopea, formatosi in ambito musicale ma con significative incursioni nel teatro tali da segnare in maniera inequivocabile l’esecuzione canora. Nei primi cinquant’anni del ‘900, inoltre, dal punto di vista teatrale Napoli assiste al susseguirsi di fenomeni interessanti: la parabola del teatro di varietà, la nascita, sviluppo e declino della sceneggiata, il teatro di Raffaele Viviani, la stagione dei De Filippo prima dell’apertura del San Ferdinando, solo per citare gli eventi più importanti. I cantanti formatisi in tale humus germinale delineano con chiarezza le contaminazioni tra la canzone napoletana e il teatro in termini di una espressività composita che si sprigiona nell’esecuzione che trae dall’arte rappresentativa la sua forza mimica. Gilda Mignonette, in particolare, rappresenta un caso emblematico di tale fenomeno imponendo altresì una cifra del tutto originale alla sua carriera artistica. Dall’apprendistato compiuto nei caffè-concerto alla fine dell’800, all’esperienza teatrale nella compagnia di Raffaele Viviani (1923) fino alla sceneggiata e alla rivista con una propria compagnia tra Napoli e l’America, la Mignonette coglie gli elementi sostanziali per una personalissima invenzione dell’esibizione canora. Al di là dello sviluppo presente nell’industria della canzone napoletana (tra editrici musicali e concorsi piedigrotteschi), l’artista assiste all’evoluzione di un gusto teatrale che, dal varietà a Viviani e De Filippo, supera gradualmente l’eterogeneità delle esibizioni e si dirige verso il recupero della organicità testuale. La vitalità ereditata dall’esperienza del varietà è mantenuta dalla Mignonette nell’abile e carismatica relazione con il pubblico, mentre la profondità di un repertorio teatrale destinato a costituire la grande tradizione partenopea è interiorizzato in termini espressivi nella drammaticità delle esecuzioni e nel gusto spettacolare dell’organizzazione dei concerti (nei quali sono presenti evidenti segni di trasformismo).

Grandi interpreti della canzone napoletana tra musica e teatro. Il caso di Gilda Mignonette

SAPIENZA, Annamaria
2013

Abstract

Attraverso la storia esemplare di Gilda Mignonette, la proposta intende focalizzare l’attenzione su un particolare tipo di interprete della canzone napoletana che, dallo snodo cruciale tra ‘800 e ‘900, si è protratta fino alla metà del XX secolo. Si tratta di evidenziare il profilo di un singolare genere di artista di area partenopea, formatosi in ambito musicale ma con significative incursioni nel teatro tali da segnare in maniera inequivocabile l’esecuzione canora. Nei primi cinquant’anni del ‘900, inoltre, dal punto di vista teatrale Napoli assiste al susseguirsi di fenomeni interessanti: la parabola del teatro di varietà, la nascita, sviluppo e declino della sceneggiata, il teatro di Raffaele Viviani, la stagione dei De Filippo prima dell’apertura del San Ferdinando, solo per citare gli eventi più importanti. I cantanti formatisi in tale humus germinale delineano con chiarezza le contaminazioni tra la canzone napoletana e il teatro in termini di una espressività composita che si sprigiona nell’esecuzione che trae dall’arte rappresentativa la sua forza mimica. Gilda Mignonette, in particolare, rappresenta un caso emblematico di tale fenomeno imponendo altresì una cifra del tutto originale alla sua carriera artistica. Dall’apprendistato compiuto nei caffè-concerto alla fine dell’800, all’esperienza teatrale nella compagnia di Raffaele Viviani (1923) fino alla sceneggiata e alla rivista con una propria compagnia tra Napoli e l’America, la Mignonette coglie gli elementi sostanziali per una personalissima invenzione dell’esibizione canora. Al di là dello sviluppo presente nell’industria della canzone napoletana (tra editrici musicali e concorsi piedigrotteschi), l’artista assiste all’evoluzione di un gusto teatrale che, dal varietà a Viviani e De Filippo, supera gradualmente l’eterogeneità delle esibizioni e si dirige verso il recupero della organicità testuale. La vitalità ereditata dall’esperienza del varietà è mantenuta dalla Mignonette nell’abile e carismatica relazione con il pubblico, mentre la profondità di un repertorio teatrale destinato a costituire la grande tradizione partenopea è interiorizzato in termini espressivi nella drammaticità delle esecuzioni e nel gusto spettacolare dell’organizzazione dei concerti (nei quali sono presenti evidenti segni di trasformismo).
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