Lo standard IfrS 13 prevede, soltanto per le attività non finanziarie, una duplice premessa valutativa, ossia la possibilità di scegliere il maggior valore da un confronto tra use in combination e stand-alone basis: nel primo caso, si trat- ta di stimare il prezzo di vendita a una controparte che già possiede adegua- te attività complementari (prezzo di vendita dell’asset come fattore produttivo); nel secondo caso, il valore da stimare sarebbe il prezzo di vendita a un generico consumatore finale (prezzo di vendita dell’asset come merce). La distinzione adottata in sede IaSB potrebbe far pensare a un superamen- to, anche se parziale, della visione patrimonialistica e aggregata del capitale tipica dell’accounting anglosassone. L’analisi del documento conferma, invece, come il fair value, solitamente identificato con i valori di mercato o correnti, sia, in realtà, una galassia di tecniche valutative applicate ai singoli elementi del capitale di funzionamen- to, accomunate dal rifiuto del costo storico come principio di valutazione. In questo contesto, si ammette, sia pure come ripiego rispetto ai (giudicati) ben più oggettivi prezzi di mercato, l’uso di tecniche valutative che, come l’inco- me approach o il cash flow approach, possono condurre a valutazioni ancora più arbitrarie e non verificabili. La visione patrimonialistica si ripropone sotto forma di valutazione «eco- nomica» (valori attualizzati di singoli asset) e quindi in forma ancor più peri- colosa del tentativo di utilizzare i valori correnti, ancorati al pur volatile, ma comunque oggettivo e verificabile, andamento del mercato.

Il fair value delle attività non finanziarie

FORTE, William
2014

Abstract

Lo standard IfrS 13 prevede, soltanto per le attività non finanziarie, una duplice premessa valutativa, ossia la possibilità di scegliere il maggior valore da un confronto tra use in combination e stand-alone basis: nel primo caso, si trat- ta di stimare il prezzo di vendita a una controparte che già possiede adegua- te attività complementari (prezzo di vendita dell’asset come fattore produttivo); nel secondo caso, il valore da stimare sarebbe il prezzo di vendita a un generico consumatore finale (prezzo di vendita dell’asset come merce). La distinzione adottata in sede IaSB potrebbe far pensare a un superamen- to, anche se parziale, della visione patrimonialistica e aggregata del capitale tipica dell’accounting anglosassone. L’analisi del documento conferma, invece, come il fair value, solitamente identificato con i valori di mercato o correnti, sia, in realtà, una galassia di tecniche valutative applicate ai singoli elementi del capitale di funzionamen- to, accomunate dal rifiuto del costo storico come principio di valutazione. In questo contesto, si ammette, sia pure come ripiego rispetto ai (giudicati) ben più oggettivi prezzi di mercato, l’uso di tecniche valutative che, come l’inco- me approach o il cash flow approach, possono condurre a valutazioni ancora più arbitrarie e non verificabili. La visione patrimonialistica si ripropone sotto forma di valutazione «eco- nomica» (valori attualizzati di singoli asset) e quindi in forma ancor più peri- colosa del tentativo di utilizzare i valori correnti, ancorati al pur volatile, ma comunque oggettivo e verificabile, andamento del mercato.
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