Nel saggio si riflette sull’utilizzo della luce in alcuni documentari di architettura realizzati da cineasti, più o meno famosi, intorno agli anni ’60-‘70. Pierre Kast, esponente della Nouvelle Vague e Roberto Rossellini sono stati due registi accomunati da una profonda vocazione educativa e didattica. Entrambi hanno realizzato documentari in cui l’architettura è la grande protagonista. Kast aveva cominciato nel 1954 portando alla Mostra del Cinema di Venezia un cortometraggio interamente dedicato ad un “architetto maledetto”, Claude-Nicolas Ledoux, i cui progetti lo avevano particolarmente incuriosito per la loro connotazione morale e visionaria, oltre che per i loro effetti di luminosità ed oscurità. Due anni più tardi era la volta di un cortometraggio su “Le Corbusier, l’architecte du bonheur”. Attraverso “un film secco, chiaro, dimostrativo senza grande seduzione” come affermava lo stesso regista, Kast continuava la sua opera di trasmissione del sapere attraverso le riprese cinematografiche, insistendo in particolar modo sul ruolo essenziale della luce nell’opera di Le Corbusier. Gli schizzi del grande architetto, intervistato dal regista, venivano ripresi per spiegare il suo pensiero. Ma è soprattutto nei “Carnets brésiliens” (1966), un documentario di 4 ore montato come un viaggio raccontato in prima persona, che Kast rivela il suo interesse per l’architettura barocca brasiliana, ma anche per quella di Oscar Niemeyer a Rio de Janeiro e a Brasilia, ovvero per delle realizzazioni in cui la luce, la sua modulazione e i suoi riflessi svolgono un ruolo fondamentale. L’ ultima esperienza cinematografica di Rossellini in cui il regista filma con uno stile diretto ed asciutto l’apertura al pubblico del Centro Georges Pompidou (1977), è altrettanto significativa di un interesse nei confronti di un edificio che gioca con le trasparenze e con l’illuminazione naturale, ma che sa anche perfettamente modulare la luce artificiale interna in funzione degli spazi e degli oggetti esposti. Il regista italiano, che aveva dedicato gli ultimi anni della sua carriera a produrre film che spaziavano dalla preistoria alla Rivoluzione industriale, dalla storia dell’astronomia a quella dell’architettura, realizza un documentario in cui rinuncia ad ogni voce fuori campo, ad ogni musica di sottofondo, in nome di un’ambizione a voler registrare in maniera obiettiva un luogo, uno spazio, attraverso i soli commenti dei visitatori (registrati attraverso microfoni nascosti) e una illuminazione sempre al limite dell’essenzialità, sotto la supervisione di un celebre direttore della fotografia come Nestor Almendros, famoso come “artista della luce”. Se non è improbabile che Rossellini abbia condiviso con Kast un particolare interesse nei confronti di quelle architetture caratterizzate da naturali effetti di trasparenza e di controluce, è comunque indiscutibile che entrambi i registi non abbiano ceduto, nelle loro riprese, al potere dell’illuminazione e alle sue potenzialità dimostrative. Usare la luce e i sui effetti durante le riprese cinematografiche di un’architettura moderna avrebbe significato sfruttare il potere seducente dell’immagine per veicolare un’idea, un concetto, un simbolo, un’ideologia. Kast, come Rossellini, sentiva invece il bisogno di far leva sull’intelligenza dello spettatore che doveva essere stimolato e incoraggiato ad arricchire il proprio bagaglio personale e a perdere la sua naturale passività ricettiva. Il regista francese avrebbe sicuramente condiviso quella frase ripetuta dal maestro italiano tante volte dagli anni Sessanta, di voler “mostrare” senza “dimostrare”. E così entrambi hanno rinunciato al potere seducente delle immagini e di qualunque gioco illusorio o simbolico di luci ed ombre, ricercando più profondamente un pensiero che sapesse orchestrarle per poter divulgare la conoscenza nella maniera più realistica ed oggettiva possibile.

Luce per "mostrare". I documentari di Pierre Kast e Roberto Rossellini

TALENTI, Simona
2014

Abstract

Nel saggio si riflette sull’utilizzo della luce in alcuni documentari di architettura realizzati da cineasti, più o meno famosi, intorno agli anni ’60-‘70. Pierre Kast, esponente della Nouvelle Vague e Roberto Rossellini sono stati due registi accomunati da una profonda vocazione educativa e didattica. Entrambi hanno realizzato documentari in cui l’architettura è la grande protagonista. Kast aveva cominciato nel 1954 portando alla Mostra del Cinema di Venezia un cortometraggio interamente dedicato ad un “architetto maledetto”, Claude-Nicolas Ledoux, i cui progetti lo avevano particolarmente incuriosito per la loro connotazione morale e visionaria, oltre che per i loro effetti di luminosità ed oscurità. Due anni più tardi era la volta di un cortometraggio su “Le Corbusier, l’architecte du bonheur”. Attraverso “un film secco, chiaro, dimostrativo senza grande seduzione” come affermava lo stesso regista, Kast continuava la sua opera di trasmissione del sapere attraverso le riprese cinematografiche, insistendo in particolar modo sul ruolo essenziale della luce nell’opera di Le Corbusier. Gli schizzi del grande architetto, intervistato dal regista, venivano ripresi per spiegare il suo pensiero. Ma è soprattutto nei “Carnets brésiliens” (1966), un documentario di 4 ore montato come un viaggio raccontato in prima persona, che Kast rivela il suo interesse per l’architettura barocca brasiliana, ma anche per quella di Oscar Niemeyer a Rio de Janeiro e a Brasilia, ovvero per delle realizzazioni in cui la luce, la sua modulazione e i suoi riflessi svolgono un ruolo fondamentale. L’ ultima esperienza cinematografica di Rossellini in cui il regista filma con uno stile diretto ed asciutto l’apertura al pubblico del Centro Georges Pompidou (1977), è altrettanto significativa di un interesse nei confronti di un edificio che gioca con le trasparenze e con l’illuminazione naturale, ma che sa anche perfettamente modulare la luce artificiale interna in funzione degli spazi e degli oggetti esposti. Il regista italiano, che aveva dedicato gli ultimi anni della sua carriera a produrre film che spaziavano dalla preistoria alla Rivoluzione industriale, dalla storia dell’astronomia a quella dell’architettura, realizza un documentario in cui rinuncia ad ogni voce fuori campo, ad ogni musica di sottofondo, in nome di un’ambizione a voler registrare in maniera obiettiva un luogo, uno spazio, attraverso i soli commenti dei visitatori (registrati attraverso microfoni nascosti) e una illuminazione sempre al limite dell’essenzialità, sotto la supervisione di un celebre direttore della fotografia come Nestor Almendros, famoso come “artista della luce”. Se non è improbabile che Rossellini abbia condiviso con Kast un particolare interesse nei confronti di quelle architetture caratterizzate da naturali effetti di trasparenza e di controluce, è comunque indiscutibile che entrambi i registi non abbiano ceduto, nelle loro riprese, al potere dell’illuminazione e alle sue potenzialità dimostrative. Usare la luce e i sui effetti durante le riprese cinematografiche di un’architettura moderna avrebbe significato sfruttare il potere seducente dell’immagine per veicolare un’idea, un concetto, un simbolo, un’ideologia. Kast, come Rossellini, sentiva invece il bisogno di far leva sull’intelligenza dello spettatore che doveva essere stimolato e incoraggiato ad arricchire il proprio bagaglio personale e a perdere la sua naturale passività ricettiva. Il regista francese avrebbe sicuramente condiviso quella frase ripetuta dal maestro italiano tante volte dagli anni Sessanta, di voler “mostrare” senza “dimostrare”. E così entrambi hanno rinunciato al potere seducente delle immagini e di qualunque gioco illusorio o simbolico di luci ed ombre, ricercando più profondamente un pensiero che sapesse orchestrarle per poter divulgare la conoscenza nella maniera più realistica ed oggettiva possibile.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11386/4520877
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