Lo «stupore» o «meraviglia» è un connotato fondamentale, secondo Dante, del processo di avvio e di costruzione del discorso teologico, nei confronti del quale risulta svolgere due distinte ma complementari funzioni: è sintomo evidente della condizione di partenza, preparatoria e motrice dell’indagine, quando l’anima si trova dinanzi alla dichiarazione della superiore verità della fede, della quale deve necessariamente prendere atto, in ragione dell’insopprimibile opportunità del «credere», e nella quale viene invitata ad addentrarsi con la piena disponibilità a «intelligere», nella misura in cui sarà lecito e possibile; ma è anche una condizione tipica della mente del teologo quando si addentra, sostenuto dalla rivelazione, in tale comprensione di un vero superiore all’ordine della natura, progredendo in una sempre più armonica e feconda compenetrazione di fede e intelligenza. Questa compenetrazione è soprattutto evidente nella condizione che viene descritta da Dante, con una certa insistenza nell’avvio della seconda cantica, come tipica delle anime del Purgatorio nei confronti del manifestarsi della volontà divina, rispetto alla rabbiosa e indispettita reazione dei demoni e dei dannati nell’Inferno: la loro «meraviglia» è infatti, secondo la ripetuta illustrazione di Virgilio, segno di una apertura alla possibilità del mistero, destinata ad essere completata in Paradiso, dove la condizione di sorpresa e stupore diventa stabile connotato del sapere stesso (che appaga proprio mentre non sazia mai), in ragione della indescrivibile ma certa soddisfazione che scaturisce dalla contemplazione piena dell’incomprensibilità naturale di grandezza e bontà dell’Amore divino.

Lo stupore della teologia in Dante

D'ONOFRIO, Giulio
2014

Abstract

Lo «stupore» o «meraviglia» è un connotato fondamentale, secondo Dante, del processo di avvio e di costruzione del discorso teologico, nei confronti del quale risulta svolgere due distinte ma complementari funzioni: è sintomo evidente della condizione di partenza, preparatoria e motrice dell’indagine, quando l’anima si trova dinanzi alla dichiarazione della superiore verità della fede, della quale deve necessariamente prendere atto, in ragione dell’insopprimibile opportunità del «credere», e nella quale viene invitata ad addentrarsi con la piena disponibilità a «intelligere», nella misura in cui sarà lecito e possibile; ma è anche una condizione tipica della mente del teologo quando si addentra, sostenuto dalla rivelazione, in tale comprensione di un vero superiore all’ordine della natura, progredendo in una sempre più armonica e feconda compenetrazione di fede e intelligenza. Questa compenetrazione è soprattutto evidente nella condizione che viene descritta da Dante, con una certa insistenza nell’avvio della seconda cantica, come tipica delle anime del Purgatorio nei confronti del manifestarsi della volontà divina, rispetto alla rabbiosa e indispettita reazione dei demoni e dei dannati nell’Inferno: la loro «meraviglia» è infatti, secondo la ripetuta illustrazione di Virgilio, segno di una apertura alla possibilità del mistero, destinata ad essere completata in Paradiso, dove la condizione di sorpresa e stupore diventa stabile connotato del sapere stesso (che appaga proprio mentre non sazia mai), in ragione della indescrivibile ma certa soddisfazione che scaturisce dalla contemplazione piena dell’incomprensibilità naturale di grandezza e bontà dell’Amore divino.
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