L’articolo investiga nel lavoro di Bernard Rudofsky (1905-1988) la questione generale approfondita nel libro e prima ancora nel convegno da cui il testo scaturisce: quella dell’origine – intesa in questo caso nella sua accezione di ricerca dell’originario. Per Rudofsky il tema è centrale ed è ciò che lega le due principali componenti del suo lavoro, ovvero l’attività progettuale e quella della documentazione dell’architettura spontanea. Si tratta di due ambiti rimasti per lo più separati nella letteratura storiografica che ha visto Bernard Rudofsky conosciuto in Italia come progettista soprattutto per essere stato coautore della Villa Oro (1935) a Napoli insieme a Luigi Cosenza, ma generalmente conosciuto in Italia e all’estero grazie al famoso testo Architettura senza Architetti (1964), un libro che divenne un best-seller mondiale, dedicato all’architettura spontanea, che costituiva il catalogo della mostra omonima del 1964 al Museum of Modern Art. Alla base di entrambi gli aspetti vi sono i viaggi che rappresentarono per Rudofsky il proprio campo di formazione per la costruzione del senso dell’architettura. I viaggi intorno al mondo conducono Rudofsky alla ricerca di temi comuni, a ciò che c’è di originario ed essenziale nelle varie culture, al di là di tempi e luoghi. Acquarelli, disegni, appunti e soprattutto fotografie sono quanto rimane di quelle esperienze di viaggio. Questo insieme di materiale non ha natura accademica, è differenziato e frammentato, costituendo una collezione di immagini che ci restituisce l’investigazione di architettura di Rudofsky su quei temi universali che legano l’architettura al suo stato originario: il rapporto con il terreno, la relazione tra le parti, il recintare. Le tematiche che emergono nelle immagini dei viaggi riecheggiano poi all’interno dei suoi progetti. Il raffronto tra le architetture progettate e le immagini dell’architettura spontanea raccolte nel mondo chiarisce il lavoro e la ricerca dell’architetto. Si dissolvono quei dubbi e ambiguità che la mostra Architettura senza Architetti, nonostante l’incredibile successo, aveva sollevato nella dualità tra architettura e non architettura, tra moderno e vernacolare. Piuttosto che di contrapposizione, si tratta di ritrovamento di senso. L’architettura vernacolare serve all’architetto per ancorare la modernità a quei temi e soluzioni universali in cui l’uomo ritrova una relazione di tipo originario ed in cui l’atto dell’abitare è espresso. La ricerca del senso dell’architettura avviene attraverso le immagini, è di tipo visuale e intuitivo, è una riscoperta a partire dalle cose tangibili che l’architetto aveva visto e sperimentato. Rudofsky guarda dunque alle radici dell’architettura nella concretezza del mondo reale perché non concepisce l’architettura nel senso astratto delle affermazioni teoriche e programmatiche, ma nelle cose, come già scritta nel mondo. L’articolo è basato su una ricerca al Getty Center Archive, Los Angeles, grazie ad una borsa per ricerche di archivio del Getty Center.

La ricerca delle origini di Bernard Rudofsky

COMO, Alessandra
2014

Abstract

L’articolo investiga nel lavoro di Bernard Rudofsky (1905-1988) la questione generale approfondita nel libro e prima ancora nel convegno da cui il testo scaturisce: quella dell’origine – intesa in questo caso nella sua accezione di ricerca dell’originario. Per Rudofsky il tema è centrale ed è ciò che lega le due principali componenti del suo lavoro, ovvero l’attività progettuale e quella della documentazione dell’architettura spontanea. Si tratta di due ambiti rimasti per lo più separati nella letteratura storiografica che ha visto Bernard Rudofsky conosciuto in Italia come progettista soprattutto per essere stato coautore della Villa Oro (1935) a Napoli insieme a Luigi Cosenza, ma generalmente conosciuto in Italia e all’estero grazie al famoso testo Architettura senza Architetti (1964), un libro che divenne un best-seller mondiale, dedicato all’architettura spontanea, che costituiva il catalogo della mostra omonima del 1964 al Museum of Modern Art. Alla base di entrambi gli aspetti vi sono i viaggi che rappresentarono per Rudofsky il proprio campo di formazione per la costruzione del senso dell’architettura. I viaggi intorno al mondo conducono Rudofsky alla ricerca di temi comuni, a ciò che c’è di originario ed essenziale nelle varie culture, al di là di tempi e luoghi. Acquarelli, disegni, appunti e soprattutto fotografie sono quanto rimane di quelle esperienze di viaggio. Questo insieme di materiale non ha natura accademica, è differenziato e frammentato, costituendo una collezione di immagini che ci restituisce l’investigazione di architettura di Rudofsky su quei temi universali che legano l’architettura al suo stato originario: il rapporto con il terreno, la relazione tra le parti, il recintare. Le tematiche che emergono nelle immagini dei viaggi riecheggiano poi all’interno dei suoi progetti. Il raffronto tra le architetture progettate e le immagini dell’architettura spontanea raccolte nel mondo chiarisce il lavoro e la ricerca dell’architetto. Si dissolvono quei dubbi e ambiguità che la mostra Architettura senza Architetti, nonostante l’incredibile successo, aveva sollevato nella dualità tra architettura e non architettura, tra moderno e vernacolare. Piuttosto che di contrapposizione, si tratta di ritrovamento di senso. L’architettura vernacolare serve all’architetto per ancorare la modernità a quei temi e soluzioni universali in cui l’uomo ritrova una relazione di tipo originario ed in cui l’atto dell’abitare è espresso. La ricerca del senso dell’architettura avviene attraverso le immagini, è di tipo visuale e intuitivo, è una riscoperta a partire dalle cose tangibili che l’architetto aveva visto e sperimentato. Rudofsky guarda dunque alle radici dell’architettura nella concretezza del mondo reale perché non concepisce l’architettura nel senso astratto delle affermazioni teoriche e programmatiche, ma nelle cose, come già scritta nel mondo. L’articolo è basato su una ricerca al Getty Center Archive, Los Angeles, grazie ad una borsa per ricerche di archivio del Getty Center.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11386/4630457
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