La capacità di sviluppare un rapporto dialettico fra la generalità della norma e la specificità delle condizioni operative che contraddistinguono ciascuna occasione progettuale è uno dei fondamenti qualificanti del lavoro di ogni architetto. Se la norma deve comprendere e orientare una pluralità – o meglio, un’infinità – possibile di casi, ciascun progetto tende a risolvere, in maniera unica e irripetibile, un problema e a fornire una risposta adeguata a una domanda. Almeno questo è l’approccio di chi è convinto che ogni opera di architettura debba esprimere una chiara intenzione culturale. La norma ha lo scopo di circoscrivere, limitare e indirizzare con la massima precisione possibile l’orizzonte tematico di un progetto, ma solo la capacità di un architetto di produrre col suo lavoro un’autonoma e originale riflessione critica sul tema progettuale e sulla norma stessa conferisce identità e unicità a un’opera di architettura. Nei casi migliori permette anche un avanzamento disciplinare, generando un’innovazione che mostra ricadute impreviste nell'applicazione della norma stessa. A volte quest’innovazione prende la forma addirittura di una deroga rispetto al codice considerato, che ha come ricaduta anche quello di rendere più riconoscibile, attraverso la sua violazione, la norma stessa.Partendo da questi presupposti il contributo propone una riflessione sul tema del rapporto tra generalità della norma e individualità dell’interpretazione progettuale in relazione a due requisiti fondamentali dello spazio liturgico: la capacità di accogliere, da trasmettere mediante la forma dello spazio e il radicamento al luogo, da esprimere mediante una combinazione calibrata fra il principio insediativo scelto e il ricorso a soluzioni morfologiche, spaziali e tecnico-costruttive aderenti alla specificità del contesto.

Accoglienza e radicamento nell'architettura della chiesa tra generalità della norma e individualità dell’interpretazione progettuale

VANACORE, Roberto;DE SILVA, FELICE;
2017

Abstract

La capacità di sviluppare un rapporto dialettico fra la generalità della norma e la specificità delle condizioni operative che contraddistinguono ciascuna occasione progettuale è uno dei fondamenti qualificanti del lavoro di ogni architetto. Se la norma deve comprendere e orientare una pluralità – o meglio, un’infinità – possibile di casi, ciascun progetto tende a risolvere, in maniera unica e irripetibile, un problema e a fornire una risposta adeguata a una domanda. Almeno questo è l’approccio di chi è convinto che ogni opera di architettura debba esprimere una chiara intenzione culturale. La norma ha lo scopo di circoscrivere, limitare e indirizzare con la massima precisione possibile l’orizzonte tematico di un progetto, ma solo la capacità di un architetto di produrre col suo lavoro un’autonoma e originale riflessione critica sul tema progettuale e sulla norma stessa conferisce identità e unicità a un’opera di architettura. Nei casi migliori permette anche un avanzamento disciplinare, generando un’innovazione che mostra ricadute impreviste nell'applicazione della norma stessa. A volte quest’innovazione prende la forma addirittura di una deroga rispetto al codice considerato, che ha come ricaduta anche quello di rendere più riconoscibile, attraverso la sua violazione, la norma stessa.Partendo da questi presupposti il contributo propone una riflessione sul tema del rapporto tra generalità della norma e individualità dell’interpretazione progettuale in relazione a due requisiti fondamentali dello spazio liturgico: la capacità di accogliere, da trasmettere mediante la forma dello spazio e il radicamento al luogo, da esprimere mediante una combinazione calibrata fra il principio insediativo scelto e il ricorso a soluzioni morfologiche, spaziali e tecnico-costruttive aderenti alla specificità del contesto.
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