Per affrontare il tema della cancel culture, con un approccio storico-comparatistico, è necessario partire da una delimitazione tassonomica che abbracci un discorso che interessa, in via principale, la rimozione dei simboli. Il presente breve scritto, quindi, proverà a tratteggiare essenzialmente quattro aspetti: quello della tassonomia a cui si accennava, affrontando anche il ruolo della storia e della memoria; in secondo luogo, il ruolo della cancel culture rispetto allo spazio pubblico; poi, brevemente, cosa insegna il diritto del passato; e, infine, qualche rapida annotazione su alcuni aspetti di diritto positivo. La cancel culture, si è detto in apertura, è innanzitutto un processo di rimozione di simboli, di idee, di opere dell’ingegno, da ultimo di opere letterari (che si tenta di riscrivere), opere che sono espressione, in modo onnicomprensivo, seppur un po’ impropriamente, della cultura dominante. È una forma di cultura dell’annullamento, che ha una pluralità di radici storiche su cui proverò a soffermarmi; un riferimento molto noto è quello della Rivoluzione francese, su cui si ritornerà nel prosieguo. Occorre altresì osservare che l’espressione cancel culture sebbene sia utilizzata in via di sintesi e quindi, come tutte le sintesi, porti con sé un margine di improprietà, non è un termine che appare del tutto convincente. Come giustamente si è osservato, è una sorta di ossimoro, perché la cultura si forma attraverso l’analisi di diverse prospettive: non esiste una prospettiva unica e, quindi, tutto ciò che ha a che fare con la cancellazione è, in un certo senso, antitetico rispetto al concetto stesso di cultura
Funzioni della storia e della memoria, cancel culture e nuove forme di damnatio memoriae
Giovanni Maria Riccio
2026
Abstract
Per affrontare il tema della cancel culture, con un approccio storico-comparatistico, è necessario partire da una delimitazione tassonomica che abbracci un discorso che interessa, in via principale, la rimozione dei simboli. Il presente breve scritto, quindi, proverà a tratteggiare essenzialmente quattro aspetti: quello della tassonomia a cui si accennava, affrontando anche il ruolo della storia e della memoria; in secondo luogo, il ruolo della cancel culture rispetto allo spazio pubblico; poi, brevemente, cosa insegna il diritto del passato; e, infine, qualche rapida annotazione su alcuni aspetti di diritto positivo. La cancel culture, si è detto in apertura, è innanzitutto un processo di rimozione di simboli, di idee, di opere dell’ingegno, da ultimo di opere letterari (che si tenta di riscrivere), opere che sono espressione, in modo onnicomprensivo, seppur un po’ impropriamente, della cultura dominante. È una forma di cultura dell’annullamento, che ha una pluralità di radici storiche su cui proverò a soffermarmi; un riferimento molto noto è quello della Rivoluzione francese, su cui si ritornerà nel prosieguo. Occorre altresì osservare che l’espressione cancel culture sebbene sia utilizzata in via di sintesi e quindi, come tutte le sintesi, porti con sé un margine di improprietà, non è un termine che appare del tutto convincente. Come giustamente si è osservato, è una sorta di ossimoro, perché la cultura si forma attraverso l’analisi di diverse prospettive: non esiste una prospettiva unica e, quindi, tutto ciò che ha a che fare con la cancellazione è, in un certo senso, antitetico rispetto al concetto stesso di culturaI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


