Nei contesti educativi attraversati da pluralità culturali e conflitti di riconoscimento, l’inclusione non dipende solo da risorse o dispositivi didattici, ma anche dalle forme narrative attraverso cui l’esperienza educativa diventa dicibile, credibile e socialmente intelligibile. Muovendo dalla psicologia culturale di Bruner, il contributo vede alla scuola come “fabbrica di storie”, ossia come istituzione che organizza interpretazioni, seleziona versioni legittime del reale e stabilisce quali soggetti possano essere riconosciuti come narratori attendibili. In tale prospettiva, l’esclusione si configura anche come effetto di regimi narrativi scolastici, che trasformano alcune differenze in anomalie o deviazioni dal canone, limitando l’accesso a risorse interpretative condivise e a forme riconosciute di autorappresentazione. L’argomentazione collega tale cornice alle categorie di riconoscimento e ingiustizia epistemica, mostrando come la marginalizzazione educativa si produca sia sul piano distributivo che su quello simbolico e relazionale. Si delinea, così, una proposta pedagogica centrata sulla giustizia narrativa, intesa come attenzione critica alle condizioni istituzionali che rendono possibile raccontarsi, essere ascoltati e venire riconosciuti senza riduzione stereotipica. Ne derivano quattro direttrici: (1) ascolto narrativo competente; (2) pluralizzazione dei generi discorsivi legittimi; (3) apertura di spazi per contro-narrazioni e ri-narrazioni; (4) sviluppo di una meta-narrative literacy critica. Ripensare l’inclusione in questa chiave significa, dunque, assumere la scuola come spazio democratico, in cui la partecipazione dipende anche dalla possibilità di trasformare la propria esperienza in significato condivisibile e socialmente riconosciuto.

La scuola come fabbrica di storie: dicibilità, credibilità e giustizia narrativa per l’inclusione

Daniele NICOLELLA
2026

Abstract

Nei contesti educativi attraversati da pluralità culturali e conflitti di riconoscimento, l’inclusione non dipende solo da risorse o dispositivi didattici, ma anche dalle forme narrative attraverso cui l’esperienza educativa diventa dicibile, credibile e socialmente intelligibile. Muovendo dalla psicologia culturale di Bruner, il contributo vede alla scuola come “fabbrica di storie”, ossia come istituzione che organizza interpretazioni, seleziona versioni legittime del reale e stabilisce quali soggetti possano essere riconosciuti come narratori attendibili. In tale prospettiva, l’esclusione si configura anche come effetto di regimi narrativi scolastici, che trasformano alcune differenze in anomalie o deviazioni dal canone, limitando l’accesso a risorse interpretative condivise e a forme riconosciute di autorappresentazione. L’argomentazione collega tale cornice alle categorie di riconoscimento e ingiustizia epistemica, mostrando come la marginalizzazione educativa si produca sia sul piano distributivo che su quello simbolico e relazionale. Si delinea, così, una proposta pedagogica centrata sulla giustizia narrativa, intesa come attenzione critica alle condizioni istituzionali che rendono possibile raccontarsi, essere ascoltati e venire riconosciuti senza riduzione stereotipica. Ne derivano quattro direttrici: (1) ascolto narrativo competente; (2) pluralizzazione dei generi discorsivi legittimi; (3) apertura di spazi per contro-narrazioni e ri-narrazioni; (4) sviluppo di una meta-narrative literacy critica. Ripensare l’inclusione in questa chiave significa, dunque, assumere la scuola come spazio democratico, in cui la partecipazione dipende anche dalla possibilità di trasformare la propria esperienza in significato condivisibile e socialmente riconosciuto.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11386/4958097
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