Il saggio proposto mira ad indagare i differenti approcci all’intervento di restauro, conservazione e valorizzazione del frammento archeologico nel corso del Novecento in Italia a partire dalle pratiche di isolamento degli anni Trenta fino alle esperienze di “cucitura” della lacuna post-bellica e di integrazione all’interno del costruito storico dagli anni Settanta in poi. È degli anni Trenta l’attenzione degli architetti del Regime al recupero e valorizzazione delle testimonianze materiali delle epoche d’oro romane per esaltare la magnificenza della tradizione architettonica italiana, perpetrata attraverso pratiche di isolamento e liberazione che consentano ai monumenti di troneggiare nella necessaria solitudine. Esperienze ben interpretabili attraverso i progetti per le Mostre di Sistemazioni Urbanistiche organizzate a Roma dal Centro di Studi per la Storia dell’Architettura dal 1939 al 1942 in cui ben si evince l’idea di “redenzione” del frammento archeologico. Un cambio di prospettiva radicale si avrà nel secondo dopoguerra, periodo in cui i danni bellici in alcuni casi mettono in evidenza strutture antiche – vedi il caso di Terracina – ponendo la questione della ricostruzione dello spazio urbano e della “sarcitura” della ferita bellica. Infine, il dibattito sui centri storici, che si sviluppa nella seconda parte del secolo, influenzerà anche le scelte di conservazione dell’antico all’interno della città contemporanea con una tendenza volta al rispetto di tutte le fasi del palinsesto, come ben testimonia il caso del parco archeologico di Buccino in cui tutti i layer della città, da quella archeologica fino a quella odierna, sono resi ben evidenti e fruibili dalla sistemazione urbana avviata a partire dagli anni Ottanta a seguito del terremoto dell’Irpinia.
Frammenti archeologici nel tessuto urbano. Alcune esperienze italiane nel Novecento tra “rivelazione” e integrazione
M. Villani
2026
Abstract
Il saggio proposto mira ad indagare i differenti approcci all’intervento di restauro, conservazione e valorizzazione del frammento archeologico nel corso del Novecento in Italia a partire dalle pratiche di isolamento degli anni Trenta fino alle esperienze di “cucitura” della lacuna post-bellica e di integrazione all’interno del costruito storico dagli anni Settanta in poi. È degli anni Trenta l’attenzione degli architetti del Regime al recupero e valorizzazione delle testimonianze materiali delle epoche d’oro romane per esaltare la magnificenza della tradizione architettonica italiana, perpetrata attraverso pratiche di isolamento e liberazione che consentano ai monumenti di troneggiare nella necessaria solitudine. Esperienze ben interpretabili attraverso i progetti per le Mostre di Sistemazioni Urbanistiche organizzate a Roma dal Centro di Studi per la Storia dell’Architettura dal 1939 al 1942 in cui ben si evince l’idea di “redenzione” del frammento archeologico. Un cambio di prospettiva radicale si avrà nel secondo dopoguerra, periodo in cui i danni bellici in alcuni casi mettono in evidenza strutture antiche – vedi il caso di Terracina – ponendo la questione della ricostruzione dello spazio urbano e della “sarcitura” della ferita bellica. Infine, il dibattito sui centri storici, che si sviluppa nella seconda parte del secolo, influenzerà anche le scelte di conservazione dell’antico all’interno della città contemporanea con una tendenza volta al rispetto di tutte le fasi del palinsesto, come ben testimonia il caso del parco archeologico di Buccino in cui tutti i layer della città, da quella archeologica fino a quella odierna, sono resi ben evidenti e fruibili dalla sistemazione urbana avviata a partire dagli anni Ottanta a seguito del terremoto dell’Irpinia.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


