In questo contributo si analizzano i tratti linguistici fondamentali del linguaggio di Silvio Berlusconi. Il punto di vista è quello del confronto con esempi illustri di testi di politici della c.d. “prima Repubblica” e si fonda sui testi berlusconiani fondamentali a partire dal 1994. Si analizzano anche le caratteristiche retoriche di questi ultimi. In particolare, dall’analisi del termine politichese e dal Codice di stile di S. Cassese (1992), si passa all’analisi della contrapposizione tra “vecchio” e nuovo” nel linguaggio politico sin dall’epoca di Giolitti, all’argomentazione di A. Moro e a quella di C. De Mita e della Lega Nord. Il centro del contributo è dato dalle figure retoriche dell’ornatus e della semplificazione di S. Berlusconi. Inoltre si analizzano nei testi berlusconiani l’iperbole, l’anafora piena e con variazione, l’uso dei clichés e delle espressioni idiomatiche. La scelta di impiegare questi strumenti linguistici, da parte di Berlusconi, non deve essere giudicata snobisticamente come frutto di una relativa povertà di linguaggio, ma, al contrario, deve essere valutata come ennesima manifestazione della deliberata vocazione ad un “parlar semplice” di tutti i giorni e, quindi, come strumento di comprensibilità e di distanza dal discorso politico tradizionale. Infine, i testi sono proiettati nella dimensione argomentativa. In essa, si fa uso della tipologia costruita da Perelman-Olbrechts Tyteca (Trattato dell’argomentazione, ed. it. Einaudi, Torino, 1958) dei testi argomentativi di tipo epidittico. Questi ultimi sono identificati dai due autori come testi volti a generare il consenso dell’uditorio, attraverso il controllo dei valori e delle opinioni di quest’ultimo, in una dinamica di reciprocità. C’è, quindi, una relazione di reciproca influenza tra oratore e uditorio che si fonda principalmente sulla piena condivisione di “oggetti di accordo”, cioè di valori. Non è un caso, infatti, che il pubblico delle assemblee o delle adunanze berlusconiane sia stato fortemente pre-selezionato: esso condivide con il leader obiettivi e valori e i “luoghi del preferibile” più che quelli del “verosimile” o del “probabile”. Lo stesso problema della comprensibilità del discorso berlusconiano può essere reinterpretato in questa luce, in quanto essa è assicurata heideggerianamente dalla “medesima medietà”. Lo scopo ultimo, quindi, dell’interazione è, più che la generazione di consenso, il rafforzamento di questo. C’è, quindi, una relazione di reciproca influenza tra oratore e uditorio che si fonda principalmente sulla piena condivisione di “oggetti di accordo”, cioè di valori. Come già s’è detto, in più di un’occasione è stato chiaro come momenti di confronto politico diversi da quelli citati siano evitati il più possibile da Berlusconi, proprio perché le caratteristiche della sua strategia discorsiva mal si adattano al contraddittorio. Se nel comportamento retorico dei leader tradizionali pesava fortemente la loro formazione generalmente umanistica in quello del leader di Arcore pesa, al contrario, non tanto l’esperienza di imprenditore in senso generico, ma piuttosto quella di imprenditore televisivo e, più in particolare, di imprenditore pubblicitario: è infatti la pubblicità a poter essere chiamata, oggi, in generale “discorso epidittico” per definizione. In realtà, in questo contributo si pone una questione di carattere più generale: quella del rapporto tra linguaggio e politica, nel senso che il linguaggio politico è la realtà politica: nessun altro significato degli avvenimenti esiste, per attori e spettatori.

Il discorso politico di Silvio Berlusconi. Analisi retorica e argomentativa

D'AGOSTINO, Emilio
2004

Abstract

In questo contributo si analizzano i tratti linguistici fondamentali del linguaggio di Silvio Berlusconi. Il punto di vista è quello del confronto con esempi illustri di testi di politici della c.d. “prima Repubblica” e si fonda sui testi berlusconiani fondamentali a partire dal 1994. Si analizzano anche le caratteristiche retoriche di questi ultimi. In particolare, dall’analisi del termine politichese e dal Codice di stile di S. Cassese (1992), si passa all’analisi della contrapposizione tra “vecchio” e nuovo” nel linguaggio politico sin dall’epoca di Giolitti, all’argomentazione di A. Moro e a quella di C. De Mita e della Lega Nord. Il centro del contributo è dato dalle figure retoriche dell’ornatus e della semplificazione di S. Berlusconi. Inoltre si analizzano nei testi berlusconiani l’iperbole, l’anafora piena e con variazione, l’uso dei clichés e delle espressioni idiomatiche. La scelta di impiegare questi strumenti linguistici, da parte di Berlusconi, non deve essere giudicata snobisticamente come frutto di una relativa povertà di linguaggio, ma, al contrario, deve essere valutata come ennesima manifestazione della deliberata vocazione ad un “parlar semplice” di tutti i giorni e, quindi, come strumento di comprensibilità e di distanza dal discorso politico tradizionale. Infine, i testi sono proiettati nella dimensione argomentativa. In essa, si fa uso della tipologia costruita da Perelman-Olbrechts Tyteca (Trattato dell’argomentazione, ed. it. Einaudi, Torino, 1958) dei testi argomentativi di tipo epidittico. Questi ultimi sono identificati dai due autori come testi volti a generare il consenso dell’uditorio, attraverso il controllo dei valori e delle opinioni di quest’ultimo, in una dinamica di reciprocità. C’è, quindi, una relazione di reciproca influenza tra oratore e uditorio che si fonda principalmente sulla piena condivisione di “oggetti di accordo”, cioè di valori. Non è un caso, infatti, che il pubblico delle assemblee o delle adunanze berlusconiane sia stato fortemente pre-selezionato: esso condivide con il leader obiettivi e valori e i “luoghi del preferibile” più che quelli del “verosimile” o del “probabile”. Lo stesso problema della comprensibilità del discorso berlusconiano può essere reinterpretato in questa luce, in quanto essa è assicurata heideggerianamente dalla “medesima medietà”. Lo scopo ultimo, quindi, dell’interazione è, più che la generazione di consenso, il rafforzamento di questo. C’è, quindi, una relazione di reciproca influenza tra oratore e uditorio che si fonda principalmente sulla piena condivisione di “oggetti di accordo”, cioè di valori. Come già s’è detto, in più di un’occasione è stato chiaro come momenti di confronto politico diversi da quelli citati siano evitati il più possibile da Berlusconi, proprio perché le caratteristiche della sua strategia discorsiva mal si adattano al contraddittorio. Se nel comportamento retorico dei leader tradizionali pesava fortemente la loro formazione generalmente umanistica in quello del leader di Arcore pesa, al contrario, non tanto l’esperienza di imprenditore in senso generico, ma piuttosto quella di imprenditore televisivo e, più in particolare, di imprenditore pubblicitario: è infatti la pubblicità a poter essere chiamata, oggi, in generale “discorso epidittico” per definizione. In realtà, in questo contributo si pone una questione di carattere più generale: quella del rapporto tra linguaggio e politica, nel senso che il linguaggio politico è la realtà politica: nessun altro significato degli avvenimenti esiste, per attori e spettatori.
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