Il volume presenta per la prima volta in traduzione italiana il saggio “London: a Book of Aspect”s, pubblicato da Arthur Symons nel 1908. Il testo di Symons è preceduto da un mio saggio introduttivo (pp. I-XLIII) e corredato da note al testo e da un apparato bibliografico. Protagonista della scena letteraria londinese durante gli “Yellow Ninenties”, poeta, saggista e critico letterario nel solco della tradizione inaugurata da Pater, Arthur Symons (1865-1945) fu soprattutto straordinario mediatore fra la letteratura inglese e quella francese e in questa veste svolse una funzione fondamentale nell’aprire il mondo dei vittoriani alle suggestioni e alle influenze d’oltremanica, facendo conoscere ai suoi connazionali l’opera dei grandi protagonisti della stagione simbolista, da Verlaine a Mallarmé, ai quali, nel 1899, dedicò il suo testo forse più celebre, “The Symbolist Movement in Literature”. Gallese di nascita, ma londinese d’adozione, Symons aveva già celebrato Londra in tante sue raccolte di versi, convinto com’era che riuscire a ricrearla costituisse il banco di prova di una poesia che aspirasse a definirsi moderna. Poeta della città dunque, Symons inizialmente concepì il volume come un elegante “coffee table book”, in cui il testo da lui redatto avrebbe dovuto essere accompagnato dalle foto di Alvin Langdon Coburn; gli editori londinesi, tuttavia, giudicarono il progetto troppo dispendioso e il libro uscì privo di immagini. Articolato in sei parti, il saggio sin dal titolo rimanda a quella omologia fra testo e tessuto urbano, che già Victor Hugo evocava nella sua poetica definizione della città come «libro di pietre». La parola «book» sembra infatti ambiguamente designare un duplice referente, il libro che si ha tra le mani, ma anche la stessa Londra, immensa città-testo, da sfogliare immagine dopo immagine, per ricomporre in un unico quadro gli innumerevoli «aspetti» della sua cangiante e mutevole identità. Esclusa ogni opzione documentaristica, è sotto il segno dell’impressionismo che Symons modella la sua peculiare «grammatica visiva della metropoli» fondandola sul primato della percezione soggettiva e articolandola in una scrittura in cui l’eco delle suggestioni pittoriche si salda con la ricerca di particolari effetti musicali, secondo quel principio della osmosi fra le diverse arti che costituisce l’eredità più significativa della cultura fin de siècle e che animerà la sperimentazione dei modernisti. In verità, però, l’adesione di Symons alla modernità appare per molti aspetti problematica: a differenza per esempio di Ford, egli non sembra cogliere il valore positivo delle trasformazioni e le potenzialità di ampliamento e arricchimento della visione della spazio urbano offerte dalla comparsa delle nuove tecnologie. Colui che alla fine del XIX secolo aveva individuato nella città il banco di prova di una poesia che potesse dirsi “moderna”, non esiterà a pronunciare giudizi severi sulla metropoli primo-novecentesca. La «bellezza della velocità» e «l’automobile da corsa» che solo un anno dopo Marinetti celebrerà nel primo Manifesto del Futurismo diventano per Symons emblema di una forza, quella del progresso, pericolosamente disgregante e minacciosa. Alla sfida del nuovo Symons risponde dunque con un atteggiamento segnato da una profonda ambivalenza. All’ammirazione suscitata dall’intima forza generatrice e dal prepotente vitalismo dell’organismo urbano fa da contrappunto un sentimento fortemente anti-moderno, che si esprime nelle forme del rimpianto per un mondo perduto che si specchia nella Londra primo-ottocentesca, la Londra di Charles Lamb, a più riprese citato nel corso del testo. All’inizio del Novecento, dunque, Arthur Symons, che solo pochi anni prima era stato figura d’avanguardia, appare in qualche modo non più in sintonia con il proprio tempo, la sua percezione del presente offuscata dal velo di una dolente nostalgia del passato. All’anonimato e alla frammentazione che caratterizzano la vita della metropoli contemporanea egli oppone un modello di città pre-industriale, nei cui tratti riconosce quell’ideale di comunità “organica” intorno al quale si era sviluppata la critica alla civiltà industriale dei maggiori intellettuali vittoriani, da Carlyle a Ruskin.

London: A Book of Aspects/Londra: un libro di immagini

LOPS, Marina
2007

Abstract

Il volume presenta per la prima volta in traduzione italiana il saggio “London: a Book of Aspect”s, pubblicato da Arthur Symons nel 1908. Il testo di Symons è preceduto da un mio saggio introduttivo (pp. I-XLIII) e corredato da note al testo e da un apparato bibliografico. Protagonista della scena letteraria londinese durante gli “Yellow Ninenties”, poeta, saggista e critico letterario nel solco della tradizione inaugurata da Pater, Arthur Symons (1865-1945) fu soprattutto straordinario mediatore fra la letteratura inglese e quella francese e in questa veste svolse una funzione fondamentale nell’aprire il mondo dei vittoriani alle suggestioni e alle influenze d’oltremanica, facendo conoscere ai suoi connazionali l’opera dei grandi protagonisti della stagione simbolista, da Verlaine a Mallarmé, ai quali, nel 1899, dedicò il suo testo forse più celebre, “The Symbolist Movement in Literature”. Gallese di nascita, ma londinese d’adozione, Symons aveva già celebrato Londra in tante sue raccolte di versi, convinto com’era che riuscire a ricrearla costituisse il banco di prova di una poesia che aspirasse a definirsi moderna. Poeta della città dunque, Symons inizialmente concepì il volume come un elegante “coffee table book”, in cui il testo da lui redatto avrebbe dovuto essere accompagnato dalle foto di Alvin Langdon Coburn; gli editori londinesi, tuttavia, giudicarono il progetto troppo dispendioso e il libro uscì privo di immagini. Articolato in sei parti, il saggio sin dal titolo rimanda a quella omologia fra testo e tessuto urbano, che già Victor Hugo evocava nella sua poetica definizione della città come «libro di pietre». La parola «book» sembra infatti ambiguamente designare un duplice referente, il libro che si ha tra le mani, ma anche la stessa Londra, immensa città-testo, da sfogliare immagine dopo immagine, per ricomporre in un unico quadro gli innumerevoli «aspetti» della sua cangiante e mutevole identità. Esclusa ogni opzione documentaristica, è sotto il segno dell’impressionismo che Symons modella la sua peculiare «grammatica visiva della metropoli» fondandola sul primato della percezione soggettiva e articolandola in una scrittura in cui l’eco delle suggestioni pittoriche si salda con la ricerca di particolari effetti musicali, secondo quel principio della osmosi fra le diverse arti che costituisce l’eredità più significativa della cultura fin de siècle e che animerà la sperimentazione dei modernisti. In verità, però, l’adesione di Symons alla modernità appare per molti aspetti problematica: a differenza per esempio di Ford, egli non sembra cogliere il valore positivo delle trasformazioni e le potenzialità di ampliamento e arricchimento della visione della spazio urbano offerte dalla comparsa delle nuove tecnologie. Colui che alla fine del XIX secolo aveva individuato nella città il banco di prova di una poesia che potesse dirsi “moderna”, non esiterà a pronunciare giudizi severi sulla metropoli primo-novecentesca. La «bellezza della velocità» e «l’automobile da corsa» che solo un anno dopo Marinetti celebrerà nel primo Manifesto del Futurismo diventano per Symons emblema di una forza, quella del progresso, pericolosamente disgregante e minacciosa. Alla sfida del nuovo Symons risponde dunque con un atteggiamento segnato da una profonda ambivalenza. All’ammirazione suscitata dall’intima forza generatrice e dal prepotente vitalismo dell’organismo urbano fa da contrappunto un sentimento fortemente anti-moderno, che si esprime nelle forme del rimpianto per un mondo perduto che si specchia nella Londra primo-ottocentesca, la Londra di Charles Lamb, a più riprese citato nel corso del testo. All’inizio del Novecento, dunque, Arthur Symons, che solo pochi anni prima era stato figura d’avanguardia, appare in qualche modo non più in sintonia con il proprio tempo, la sua percezione del presente offuscata dal velo di una dolente nostalgia del passato. All’anonimato e alla frammentazione che caratterizzano la vita della metropoli contemporanea egli oppone un modello di città pre-industriale, nei cui tratti riconosce quell’ideale di comunità “organica” intorno al quale si era sviluppata la critica alla civiltà industriale dei maggiori intellettuali vittoriani, da Carlyle a Ruskin.
9788820741815
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11386/2282223
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