l lavoro contenuto nel presente volume intende percorrere il sentiero, impervio e costellato di insidie, della innovazione disciplinare di un antico e prestigioso sapere tecnico. È noto come le origini della tecnica urbanistica trovino le loro radici, sul finire degli anni ‘20, nelle scuole di ingegneria milanesi, consolidando un ruolo scientifico e professionale degli ingegneri, nel settore del disegno e costruzione delle città, altrimenti denominato physical planning, sino a tutti agli anni ’50. Successivamente, tuttavia, la cultura ingegneristica, a partire dall’ambito universitario, ha progressivamente cominciato a trascurare l’urbanistica a vantaggio delle scuole di architettura che se ne sono, di fatto, impossessate per circa un trentennio, sino a tutti gli anni ’80. In questo lungo periodo, gli ingegneri che hanno continuato ad occuparsene e a crederci si sono rifugiati in una pluralità di nicchie scientifico-applicative di prevalente impronta sistemica e modellistica o statistica. Alcuni sono approdati nel porto sicuro delle discipline trasportistiche, opportunamente innovandole al fine di un loro pieno inquadramento territoriale, mentre altri hanno ritrovato nelle discipline ambientali la medesima prospettiva. Altri ancora ridefinivano i paradigmi della tradizionale materia estimativa, estraendone, potenziandola,la componete dell’economia urbana e delle valutazioni. Così, nel mentre i suddetti settori scientifico-disciplinari si evolvevano tecnicamente in una prospettiva sempre più pienamente territoriale, le discipline urbanistiche si andavano impoverendo di energie, mezzi e, quindi, inesorabilmente, di idee. Rimanevano solo sparuti presidi accademici ancorati ad una concezione dell’urbanistica come implementazione della progettazione architettonica espansa alla scala urbana, che si sarebbe rivelata disciplinarmente parziale e strategicamente perdente. Tale condizione si è protratta per un lunghissimo arco di tempo, sino a quando, con l’affacciarsi degli anni ’90 ed il loro contenuto di sconvolgente riassetto politico e sociale, anche lo stesso consolidato ruolo degli architetti, che avevano monopolizzato per lungo tempo un settore essenziale dell’economia del paese, quale l’urbanistica, ha cominciato ad entrare in crisi. Per altro, lo stesso tentativo di costituire un percorso blindato e separato dagli stessi corsi di laurea in architettura, sostanziatosi, sin dai primi anni ’70, con l’istituzione dei corsi di laurea in urbanistica, incontra sul suo cammino una serie di defatiganti ostacoli e di fatto fallisce, nonostante trovi sia pur tardivo riconoscimento, all’inizio del corrente decennio, con l’ammissibilità della figura del pianificatore, nell’ambito della professione di architetto. Sulla base del descritto scenario, il Gruppo di tecnica e pianificazione urbanistica operante nella Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno, nel sostenere e rafforzare il ruolo dell’ingegnere quale tecnico da impegnare nell’attività di governo del territorio, ha inteso avviare la rivisitazione del cassetto degli attrezzi a disposizione della disciplina. Con ciò, volendo superare la pretesa dei padri fondatori ma anche di non pochi epigoni, cimentatisi per tutto il ’900 sino ai primi anni del nuovo secolo, che hanno perseguito il sogno di un testo unico della materia, una summa in grado di fornire le conoscenze necessarie ad operare, per intraprendere una strada di medio-lungo periodo volta alla costruzione di saperi transdisciplinari che facciano tesoro del prezioso approccio manualistico, ibridandolo, tuttavia, con momenti di approfondimento e ricerca di nuove soluzioni. Non più, quindi, un solo libro o un solo, anche se corposo, capitolo di enciclopedia dell’ingegnere o manuale dell’architetto, come è avvenuto sino ad oggi, ma una serie di raccolte, di cui la presente contiene il primo contributo organico, che integrino gli strumenti necessari alla costruzione di politiche urbanistiche, sebbene ideate, formalizzate e attuate con approccio e modalità, potremmo di dire, tipiche della cultura della pianificazione e del pianificatore. L’innovazione dovrebbe riguardare anche il nome, non più solo tecnica urbanistica. Probabilmente, sarebbe più calzante tecniche di governo del territorio, il quale darebbe senso compiuto al passaggio ormai consolidato dalla mera urbanistica al territorio, dall’essenziale assetto spaziale al più complessivo governo, dall’idea di una tecnica esclusiva e monolitica ad una pluralità di tecniche, necessariamente diversificate anche se unitariamente interconnesse e metodologicamente integrate. Ma è come se si volesse far cambiare nome al mitico Labour party inglese, come se si pretendesse di modificare il nome di un bambino perché è diventato adulto. Sarebbe solo ammissibile concettualmente qualora si ritenesse che il passato non debba contare più nella determinazione del presente e nella prefigurazione del futuro. Ci si collocherebbe nel campo rivoluzionario mentre, nel nostro caso, si è pienamente nell’alveo riformista. Solo allorquando si riterrà di superare definitivamente l’approccio sistemico al governo del territorio, basato sulle tecniche della pianificazione urbanistica e territoriale, prospettiva che non appare all’orizzonte del mondo occidentale nel quale siamo culturalmente inseriti, si potrà andare oltre le necessarie innovazioni di prodotto e di processo della disciplina e, quindi, proporre una nuova denominazione per un campo disciplinare diverso, per il quale non sarebbe neanche idoneo il nuovo nome sopra ipotizzato, troppo riconducibile al tradizionale. Infine, la scelta di proporre come primo volume il presente lavoro nasce da una circostanza del tutto casuale, derivante dalla celebrazione del trentennale del terremoto verificatosi in Irpinia nel 1980, che l’Istituto Nazionale di Urbanistica e l’Università di Salerno hanno voluto commemorare con il convegno di studi urbanistici del 23 e 24 novembre 2010, a Fisciano, che ha inteso indagare, nel momento di passaggio di quell’evento dalla cronaca alla storia, gli esiti di una vicenda e di un’esperienza da cui derivò un nuovo modo di intendere il rischio territoriale e le conseguenti necessità di sicurezza ed efficienza urbanistica nel nostro Paese.

Sicurezza territoriale ed efficienza urbanistica

GERUNDO, Roberto;FASOLINO, ISIDORO
2010-01-01

Abstract

l lavoro contenuto nel presente volume intende percorrere il sentiero, impervio e costellato di insidie, della innovazione disciplinare di un antico e prestigioso sapere tecnico. È noto come le origini della tecnica urbanistica trovino le loro radici, sul finire degli anni ‘20, nelle scuole di ingegneria milanesi, consolidando un ruolo scientifico e professionale degli ingegneri, nel settore del disegno e costruzione delle città, altrimenti denominato physical planning, sino a tutti agli anni ’50. Successivamente, tuttavia, la cultura ingegneristica, a partire dall’ambito universitario, ha progressivamente cominciato a trascurare l’urbanistica a vantaggio delle scuole di architettura che se ne sono, di fatto, impossessate per circa un trentennio, sino a tutti gli anni ’80. In questo lungo periodo, gli ingegneri che hanno continuato ad occuparsene e a crederci si sono rifugiati in una pluralità di nicchie scientifico-applicative di prevalente impronta sistemica e modellistica o statistica. Alcuni sono approdati nel porto sicuro delle discipline trasportistiche, opportunamente innovandole al fine di un loro pieno inquadramento territoriale, mentre altri hanno ritrovato nelle discipline ambientali la medesima prospettiva. Altri ancora ridefinivano i paradigmi della tradizionale materia estimativa, estraendone, potenziandola,la componete dell’economia urbana e delle valutazioni. Così, nel mentre i suddetti settori scientifico-disciplinari si evolvevano tecnicamente in una prospettiva sempre più pienamente territoriale, le discipline urbanistiche si andavano impoverendo di energie, mezzi e, quindi, inesorabilmente, di idee. Rimanevano solo sparuti presidi accademici ancorati ad una concezione dell’urbanistica come implementazione della progettazione architettonica espansa alla scala urbana, che si sarebbe rivelata disciplinarmente parziale e strategicamente perdente. Tale condizione si è protratta per un lunghissimo arco di tempo, sino a quando, con l’affacciarsi degli anni ’90 ed il loro contenuto di sconvolgente riassetto politico e sociale, anche lo stesso consolidato ruolo degli architetti, che avevano monopolizzato per lungo tempo un settore essenziale dell’economia del paese, quale l’urbanistica, ha cominciato ad entrare in crisi. Per altro, lo stesso tentativo di costituire un percorso blindato e separato dagli stessi corsi di laurea in architettura, sostanziatosi, sin dai primi anni ’70, con l’istituzione dei corsi di laurea in urbanistica, incontra sul suo cammino una serie di defatiganti ostacoli e di fatto fallisce, nonostante trovi sia pur tardivo riconoscimento, all’inizio del corrente decennio, con l’ammissibilità della figura del pianificatore, nell’ambito della professione di architetto. Sulla base del descritto scenario, il Gruppo di tecnica e pianificazione urbanistica operante nella Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno, nel sostenere e rafforzare il ruolo dell’ingegnere quale tecnico da impegnare nell’attività di governo del territorio, ha inteso avviare la rivisitazione del cassetto degli attrezzi a disposizione della disciplina. Con ciò, volendo superare la pretesa dei padri fondatori ma anche di non pochi epigoni, cimentatisi per tutto il ’900 sino ai primi anni del nuovo secolo, che hanno perseguito il sogno di un testo unico della materia, una summa in grado di fornire le conoscenze necessarie ad operare, per intraprendere una strada di medio-lungo periodo volta alla costruzione di saperi transdisciplinari che facciano tesoro del prezioso approccio manualistico, ibridandolo, tuttavia, con momenti di approfondimento e ricerca di nuove soluzioni. Non più, quindi, un solo libro o un solo, anche se corposo, capitolo di enciclopedia dell’ingegnere o manuale dell’architetto, come è avvenuto sino ad oggi, ma una serie di raccolte, di cui la presente contiene il primo contributo organico, che integrino gli strumenti necessari alla costruzione di politiche urbanistiche, sebbene ideate, formalizzate e attuate con approccio e modalità, potremmo di dire, tipiche della cultura della pianificazione e del pianificatore. L’innovazione dovrebbe riguardare anche il nome, non più solo tecnica urbanistica. Probabilmente, sarebbe più calzante tecniche di governo del territorio, il quale darebbe senso compiuto al passaggio ormai consolidato dalla mera urbanistica al territorio, dall’essenziale assetto spaziale al più complessivo governo, dall’idea di una tecnica esclusiva e monolitica ad una pluralità di tecniche, necessariamente diversificate anche se unitariamente interconnesse e metodologicamente integrate. Ma è come se si volesse far cambiare nome al mitico Labour party inglese, come se si pretendesse di modificare il nome di un bambino perché è diventato adulto. Sarebbe solo ammissibile concettualmente qualora si ritenesse che il passato non debba contare più nella determinazione del presente e nella prefigurazione del futuro. Ci si collocherebbe nel campo rivoluzionario mentre, nel nostro caso, si è pienamente nell’alveo riformista. Solo allorquando si riterrà di superare definitivamente l’approccio sistemico al governo del territorio, basato sulle tecniche della pianificazione urbanistica e territoriale, prospettiva che non appare all’orizzonte del mondo occidentale nel quale siamo culturalmente inseriti, si potrà andare oltre le necessarie innovazioni di prodotto e di processo della disciplina e, quindi, proporre una nuova denominazione per un campo disciplinare diverso, per il quale non sarebbe neanche idoneo il nuovo nome sopra ipotizzato, troppo riconducibile al tradizionale. Infine, la scelta di proporre come primo volume il presente lavoro nasce da una circostanza del tutto casuale, derivante dalla celebrazione del trentennale del terremoto verificatosi in Irpinia nel 1980, che l’Istituto Nazionale di Urbanistica e l’Università di Salerno hanno voluto commemorare con il convegno di studi urbanistici del 23 e 24 novembre 2010, a Fisciano, che ha inteso indagare, nel momento di passaggio di quell’evento dalla cronaca alla storia, gli esiti di una vicenda e di un’esperienza da cui derivò un nuovo modo di intendere il rischio territoriale e le conseguenti necessità di sicurezza ed efficienza urbanistica nel nostro Paese.
9788849520989
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11386/3015349
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