La scienza diventa scientismo quando «deprava l’ontico ad un continuum eterogeneo e senza valori, […] priva la storia e la natura del loro ontico carattere di Esserci e ne fa prodotti di metodologiche elaborazioni concettuali» (Welzel). Per la scienza del diritto penale ciò sarebbe accaduto nella stagione in cui i giuristi di ispirazione neokantiana aderirono al metodo di elaborazione concettuale teleologicamente orientato; erano gli anni immediatamente precedenti la involuzione autoritaria del nazionalsocialismo che, nel «disinteresse al miracolo dell’Essere» (Arendt), travolse anche il sistema giuridico-penale e la relativa elaborazione dottrinale. L’adesione all’ontologismo di derivazione fenomenologica fu proposta come alternativa alle metodologiche elaborazioni concettuali dei giuristi neokantiani: un fondamentale strumento di indagine diventerebbe, allora, l’intuizione, facilitata da una adeguata sensibilità storica, politica e sociale e da «una coscienza ermeneuticamente educata» che «non presuppone [...] un oblio di sé stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie presupposizioni e dei propri pregiudizi» (Gadamer). Si delinea, allora, la necessità della «consapevolezza della fallibilità della scienza che distingue lo scienziato dallo scientista» (Popper) e che, in una prospettiva rigorosamente epistemologica ovvero diversa da quella meramente esegetica, è garantita alla scienza del diritto penale dal perseguimento di finalità politico-criminali, secondo le indicazioni del Berliner Programm di Claus Roxin.
Il diritto penale tra scienza e scientismo. Derive autoritarie e falsificabilità nella scienza del diritto penale.
SCHIAFFO, Francesco
2012-01-01
Abstract
La scienza diventa scientismo quando «deprava l’ontico ad un continuum eterogeneo e senza valori, […] priva la storia e la natura del loro ontico carattere di Esserci e ne fa prodotti di metodologiche elaborazioni concettuali» (Welzel). Per la scienza del diritto penale ciò sarebbe accaduto nella stagione in cui i giuristi di ispirazione neokantiana aderirono al metodo di elaborazione concettuale teleologicamente orientato; erano gli anni immediatamente precedenti la involuzione autoritaria del nazionalsocialismo che, nel «disinteresse al miracolo dell’Essere» (Arendt), travolse anche il sistema giuridico-penale e la relativa elaborazione dottrinale. L’adesione all’ontologismo di derivazione fenomenologica fu proposta come alternativa alle metodologiche elaborazioni concettuali dei giuristi neokantiani: un fondamentale strumento di indagine diventerebbe, allora, l’intuizione, facilitata da una adeguata sensibilità storica, politica e sociale e da «una coscienza ermeneuticamente educata» che «non presuppone [...] un oblio di sé stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie presupposizioni e dei propri pregiudizi» (Gadamer). Si delinea, allora, la necessità della «consapevolezza della fallibilità della scienza che distingue lo scienziato dallo scientista» (Popper) e che, in una prospettiva rigorosamente epistemologica ovvero diversa da quella meramente esegetica, è garantita alla scienza del diritto penale dal perseguimento di finalità politico-criminali, secondo le indicazioni del Berliner Programm di Claus Roxin.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.