The task our age seems to call us irrevocably to is to inhabit the disenchantment, an inescapable fate, in a virile way. Through a worldly, secular aesthetics, humans should forget values and absolutes for the sake of an immanence capable of containing and judging the finitude of the existence and the catastrophe of sense. Fostering a nostalgia for the absolute, the immense void, this darkness in the middle, has led, on the one hand, to the arise of a number of substitute faiths and cults of the irrational, which often express a subjective relativism; on the other hand, it has allowed for a secular religiosity, a number of a-religious-asceticisms, which lead to a “religiosity without churches or religions” (Demetrio). Nihilism as well as a progressive reality desacralization seems to be an apparently orbital pedagogical issue, but, in the end, it reduces the reflexivity area, which is typical of a knowledge focused on the education of the human being conceived as humanization in the Kantian sense. In the era of the thought of proximity, of the errancy (Vattimo) and the crisis, pedagogy has to face the deconstruction of the future, its loss, and to think about a new possible ‘commencement’. Analysing Nietzsche’s man of disenchantment and Sloterdijk’s acrobat, this essay tries to problematize the residual narrability of the educational fact-event. The question that underlies these notes and runs like a thread through the whole argumentation concerns the possibility of reducing education to breeding, to an anthropotecnics erected on training (Sloterdijk, 2010). Can education coincide with a sort of existential acrobatics aimed at promoting/producing the radical transformation that obeys what, thanks to Sloterdijk’s reactualization of Rilke’s verse, becomes a real commandment, a revolutionary imperative: You must change your life? Again: is it pedagogically possible to inhabit the disenchantment as well as the progressive erosion of the sacred at a time when even the future, the only Camusian transcendence of a godless people, is taken away? Will we be able to face the open horizon of our responsibility (Jonas), pedagogically accepting the responsibility of the present?

Il compito a cui la nostra epoca sembra chiamarci in modo irrevocabile è quello di abitare virilmente il disincanto, destino inaggirabile. Attraverso un’ascetica secolarizzata, mondana, l’uomo dovrebbe obliare valori e assoluti in nome di un’immanenza capace di contenere, giudicare, la finitudine dell’esistere e la catastrofe del senso. L’immenso vuoto, questo buio nel mezzo, ha alimentato la nostalgia dell’assoluto e ha fatto sì che prendessero corpo, da un lato, una serie di fedi sostitutive e culti dell’irrazionale, spesso espressioni di un relativismo soggettivistico, e, dall’altro, ha lasciato spazio a una religiosità secolare, a una serie di ascetiche-a-religiose, che conducono ad una “religiosità senza chiese e religioni” (Demetrio). Il nichilismo e la progressiva desacralizzazione del reale si pongono come questioni apparentemente orbitali del pedagogico, ma finiscono per restringere lo spazio di riflessività proprio di quel sapere che ha per oggetto l'educazione dell'uomo intesa kantianamente come umanizzazione. La pedagogia, nel tempo del pensiero della prossimità, dell'erranza (Vattimo), della crisi, deve misurarsi con la destrutturazione del futuro, con la sua perdita e pensare ad un nuovo possibile 'cominciamento'. Il saggio, attraverso un'analisi dell'uomo del disincanto di Nietzsche e dell'uomo acrobata di Sloterdijk, tenta di problematizzare la residua narrabilità del fatto-evento educativo. La domanda, che sottende a queste note e che funge da filo rosso dell'intera argomentazione, verte intorno alla possibilità di ridurre l'educazione ad allevamento, ad antropotecnica costruita sull’esercizio (Sloterdijk, 2010). Può l'educazione coincidere con una sorta di acrobatica esistenziale tutta tesa a promuovere/produrre quella trasformazione radicale obbediente a quello che, attraverso la riattualizzazione di Sloterdijk del verso rilkeiano, diviene un vero e proprio comandamento, imperativo rivoluzionario : devi cambiare la tua vita? E ancora, è possibile pedagogicamente abitare il disincanto e la progressiva erosione del sacro in un tempo in cui si sottrae anche il futuro, la sola camusiana trascendenza degli uomini senza Dio? Saremo capaci di misurarci con l'orizzonte aperto della nostra responsabilità (Jonas) assumendo pedagogicamente la responsabilità del presente?

Gli acrobati del disincanto. L’educazione tra ascesi e funambolismo

MARTINO, PAOLA
2015

Abstract

Il compito a cui la nostra epoca sembra chiamarci in modo irrevocabile è quello di abitare virilmente il disincanto, destino inaggirabile. Attraverso un’ascetica secolarizzata, mondana, l’uomo dovrebbe obliare valori e assoluti in nome di un’immanenza capace di contenere, giudicare, la finitudine dell’esistere e la catastrofe del senso. L’immenso vuoto, questo buio nel mezzo, ha alimentato la nostalgia dell’assoluto e ha fatto sì che prendessero corpo, da un lato, una serie di fedi sostitutive e culti dell’irrazionale, spesso espressioni di un relativismo soggettivistico, e, dall’altro, ha lasciato spazio a una religiosità secolare, a una serie di ascetiche-a-religiose, che conducono ad una “religiosità senza chiese e religioni” (Demetrio). Il nichilismo e la progressiva desacralizzazione del reale si pongono come questioni apparentemente orbitali del pedagogico, ma finiscono per restringere lo spazio di riflessività proprio di quel sapere che ha per oggetto l'educazione dell'uomo intesa kantianamente come umanizzazione. La pedagogia, nel tempo del pensiero della prossimità, dell'erranza (Vattimo), della crisi, deve misurarsi con la destrutturazione del futuro, con la sua perdita e pensare ad un nuovo possibile 'cominciamento'. Il saggio, attraverso un'analisi dell'uomo del disincanto di Nietzsche e dell'uomo acrobata di Sloterdijk, tenta di problematizzare la residua narrabilità del fatto-evento educativo. La domanda, che sottende a queste note e che funge da filo rosso dell'intera argomentazione, verte intorno alla possibilità di ridurre l'educazione ad allevamento, ad antropotecnica costruita sull’esercizio (Sloterdijk, 2010). Può l'educazione coincidere con una sorta di acrobatica esistenziale tutta tesa a promuovere/produrre quella trasformazione radicale obbediente a quello che, attraverso la riattualizzazione di Sloterdijk del verso rilkeiano, diviene un vero e proprio comandamento, imperativo rivoluzionario : devi cambiare la tua vita? E ancora, è possibile pedagogicamente abitare il disincanto e la progressiva erosione del sacro in un tempo in cui si sottrae anche il futuro, la sola camusiana trascendenza degli uomini senza Dio? Saremo capaci di misurarci con l'orizzonte aperto della nostra responsabilità (Jonas) assumendo pedagogicamente la responsabilità del presente?
The task our age seems to call us irrevocably to is to inhabit the disenchantment, an inescapable fate, in a virile way. Through a worldly, secular aesthetics, humans should forget values and absolutes for the sake of an immanence capable of containing and judging the finitude of the existence and the catastrophe of sense. Fostering a nostalgia for the absolute, the immense void, this darkness in the middle, has led, on the one hand, to the arise of a number of substitute faiths and cults of the irrational, which often express a subjective relativism; on the other hand, it has allowed for a secular religiosity, a number of a-religious-asceticisms, which lead to a “religiosity without churches or religions” (Demetrio). Nihilism as well as a progressive reality desacralization seems to be an apparently orbital pedagogical issue, but, in the end, it reduces the reflexivity area, which is typical of a knowledge focused on the education of the human being conceived as humanization in the Kantian sense. In the era of the thought of proximity, of the errancy (Vattimo) and the crisis, pedagogy has to face the deconstruction of the future, its loss, and to think about a new possible ‘commencement’. Analysing Nietzsche’s man of disenchantment and Sloterdijk’s acrobat, this essay tries to problematize the residual narrability of the educational fact-event. The question that underlies these notes and runs like a thread through the whole argumentation concerns the possibility of reducing education to breeding, to an anthropotecnics erected on training (Sloterdijk, 2010). Can education coincide with a sort of existential acrobatics aimed at promoting/producing the radical transformation that obeys what, thanks to Sloterdijk’s reactualization of Rilke’s verse, becomes a real commandment, a revolutionary imperative: You must change your life? Again: is it pedagogically possible to inhabit the disenchantment as well as the progressive erosion of the sacred at a time when even the future, the only Camusian transcendence of a godless people, is taken away? Will we be able to face the open horizon of our responsibility (Jonas), pedagogically accepting the responsibility of the present?
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11386/4647569
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