This article, starting with the recognition of the significance of work in a difficult and complex global scenario, aims to single out an objective that can give the best outline of work from an existential point of view, one that is able to remain close to a vision of life understood as a proper interchange between generations. This direction is taken by reevaluating the narrative of work as it was represented in children’s literature at the end of the 1800s: as the construction of a horizon that gave responsibiity, but without oppression, with the possibility to relocate the ultimate meaning of work and duty to the center of a course of maturation and achievement for everyone. Collodi and De Amicis have opposing positions, but in this case, they are more complementary than one might think. They give an infinite series of facets to the theme, enriching the discourse to the point where they condense a multiplicity of aspects that no economic, sociological, anthropological, or any other analysis would be capable of. Whether we are referring to the sarcastic mocking of a serious sense of duty in Pinocchio (with a puppet which is as real, charming, and likeable as it is far from the image of an obedient and dutiful child), or whether we find, in Cuore, the whole range of meticulous reconstruction of the social relationships between parents, children, duties, and trades which the skillful pen of De Amicis outlines in the classroom, it appears evident that the narration of work and the relationship between generations and work in an educational view emerges as a privileged path for discovering a new and more wholesome concept of work. Starting from a wide panoramic point of view, thus, we will move on to a hopeful ‘reconstruction of meaning’ which can provide us, on the basis of these far away yet always current stories, with the possibility of developing a new narrative of work: honest, moderate, livable, and usable, which puts man back in his proper social centrality, without making him just a gear in a socio-serial machine in which, too often, we lose every last trace of meaningful narration.

Il contributo, partendo da una ricognizione sul senso del lavoro nel difficile e complesso scenario sociale globalizzato, tende ad isolare un obiettivo di carattere formativo che possa fornire, del lavoro, la traccia migliore dal punto di vista esistenziale, capace di rimanere ‘prossimo’ ad una visione del vivere intesa quale corretto avvicendamento generazionale. Tale direzione viene percorsa rivalutando il ‘racconto’ del lavoro, così come veniva rappresentato nella letteratura per bambini e ragazzi della fine dell’Ottocento: nella costruzione di un orizzonte responsabilizzante ma non opprimente; nella possibilità di ricollocare il senso ultimo del lavoro e del dovere al centro del percorso di maturazione e di ‘compimento’ di tutti. Collodi e De Amicis, da posizioni opposte ma, in questo caso, più complementari di quanto si pensi, donano una serie infinita di sfaccettature al tema, arricchendo, così, il prisma del discorso fino a condensare una molteplicità di aspetti che nessuna analisi economica, sociologica, antropologica o d’altra natura sarebbe stata capace di sintetizzare. Che ci si riferisca, ne Le avventure di Pinocchio, alla sarcastica irrisione del serioso senso del dovere di collodiana ispirazione (con un burattino tanto più verosimile, attraente e ‘simpatico’ quanto più sistematicamente lontano da una immagine di infanzia obbediente e laboriosa), o che si ritrovi, in Cuore, tutta la gamma della meticolosa e puntuale ricostruzione dei rapporti sociali tra genitori, bambini, doveri e mestieri che l’abile penna di Edmondo De Amicis delineava tra i banchi di scuola, appare evidente quanto la ‘narrazione’ del lavoro, e del rapporto tra le nuove generazioni e il lavoro in chiave educativa, risulti traiettoria privilegiata e doverosa per individuare un nuovo – e più ‘sano’ – concetto di attività lavorativa. Da una prospettiva ad ampio spettro, quindi, si passa ad un auspicio di ‘ricostruzione di senso’ che possa fornire, sulla base di queste lontane (e sempre attuali) narrazioni, la possibilità di sviluppare un ‘nuovo’ racconto del lavoro: corretto, misurato, vivibile e percorribile; che riconsegni l’uomo alla propria centralità sociale, senza declassarlo ad ingranaggio di un meccanismo socio/seriale in cui, troppo spesso, si smarrisce ogni residua, ultima, narrazione di senso.

Dalla retorica del lavoro alla pedagogia del lavoro. Doveri, mestieri, bambini e ragazzi nella ‘rivoluzione’ letteraria di fine Ottocento

ACONE, LEONARDO
2017

Abstract

Il contributo, partendo da una ricognizione sul senso del lavoro nel difficile e complesso scenario sociale globalizzato, tende ad isolare un obiettivo di carattere formativo che possa fornire, del lavoro, la traccia migliore dal punto di vista esistenziale, capace di rimanere ‘prossimo’ ad una visione del vivere intesa quale corretto avvicendamento generazionale. Tale direzione viene percorsa rivalutando il ‘racconto’ del lavoro, così come veniva rappresentato nella letteratura per bambini e ragazzi della fine dell’Ottocento: nella costruzione di un orizzonte responsabilizzante ma non opprimente; nella possibilità di ricollocare il senso ultimo del lavoro e del dovere al centro del percorso di maturazione e di ‘compimento’ di tutti. Collodi e De Amicis, da posizioni opposte ma, in questo caso, più complementari di quanto si pensi, donano una serie infinita di sfaccettature al tema, arricchendo, così, il prisma del discorso fino a condensare una molteplicità di aspetti che nessuna analisi economica, sociologica, antropologica o d’altra natura sarebbe stata capace di sintetizzare. Che ci si riferisca, ne Le avventure di Pinocchio, alla sarcastica irrisione del serioso senso del dovere di collodiana ispirazione (con un burattino tanto più verosimile, attraente e ‘simpatico’ quanto più sistematicamente lontano da una immagine di infanzia obbediente e laboriosa), o che si ritrovi, in Cuore, tutta la gamma della meticolosa e puntuale ricostruzione dei rapporti sociali tra genitori, bambini, doveri e mestieri che l’abile penna di Edmondo De Amicis delineava tra i banchi di scuola, appare evidente quanto la ‘narrazione’ del lavoro, e del rapporto tra le nuove generazioni e il lavoro in chiave educativa, risulti traiettoria privilegiata e doverosa per individuare un nuovo – e più ‘sano’ – concetto di attività lavorativa. Da una prospettiva ad ampio spettro, quindi, si passa ad un auspicio di ‘ricostruzione di senso’ che possa fornire, sulla base di queste lontane (e sempre attuali) narrazioni, la possibilità di sviluppare un ‘nuovo’ racconto del lavoro: corretto, misurato, vivibile e percorribile; che riconsegni l’uomo alla propria centralità sociale, senza declassarlo ad ingranaggio di un meccanismo socio/seriale in cui, troppo spesso, si smarrisce ogni residua, ultima, narrazione di senso.
This article, starting with the recognition of the significance of work in a difficult and complex global scenario, aims to single out an objective that can give the best outline of work from an existential point of view, one that is able to remain close to a vision of life understood as a proper interchange between generations. This direction is taken by reevaluating the narrative of work as it was represented in children’s literature at the end of the 1800s: as the construction of a horizon that gave responsibiity, but without oppression, with the possibility to relocate the ultimate meaning of work and duty to the center of a course of maturation and achievement for everyone. Collodi and De Amicis have opposing positions, but in this case, they are more complementary than one might think. They give an infinite series of facets to the theme, enriching the discourse to the point where they condense a multiplicity of aspects that no economic, sociological, anthropological, or any other analysis would be capable of. Whether we are referring to the sarcastic mocking of a serious sense of duty in Pinocchio (with a puppet which is as real, charming, and likeable as it is far from the image of an obedient and dutiful child), or whether we find, in Cuore, the whole range of meticulous reconstruction of the social relationships between parents, children, duties, and trades which the skillful pen of De Amicis outlines in the classroom, it appears evident that the narration of work and the relationship between generations and work in an educational view emerges as a privileged path for discovering a new and more wholesome concept of work. Starting from a wide panoramic point of view, thus, we will move on to a hopeful ‘reconstruction of meaning’ which can provide us, on the basis of these far away yet always current stories, with the possibility of developing a new narrative of work: honest, moderate, livable, and usable, which puts man back in his proper social centrality, without making him just a gear in a socio-serial machine in which, too often, we lose every last trace of meaningful narration.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11386/4688655
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