My dissertation is concerned with the three clearly ordered versions («Summi boni», Christiana and «Scholarium») of the same theological work, that is the Theologia of Peter Abelard. If, on the one hand, the entire work proves to be ultimately in fieri, on the other a clearly defined modus operandi underlies its different versions. The first of them was convicted during Soisson’s council in 1121 and the same fate affected, but this time more emphatically, the third one during Sens’s council in 1140. The purpose of my dissertation is to specify the relationship between the Theologia’s versions, whose title suggested a ‘new’ disciplinary domain. In the first part of the work I analyse the theoretical foundations of God’s knowledge, while, in the second, I assume their effects as related to the evolution of the Theologia. Abelard’s theological masterpiece is scarred by an awareness of an unbridgeable gap between the unfathomable misteries of God and the hystorical and linguistical Revelation. From this viewpoint, both the revisions of the Theologia and its incompleteness turn out to be essential conditions of the work itself. Accordingly, it proves to be the same work as regards the firm belief that man cannot have but a limited knowledge of God, but a different one as regards the use of the logical, grammatical, and rhetorical instruments serving a scientific understanding of the world, it being understood that this kind of knowledge always occurs in conformity with the Revelation.

La tesi di dottorato prende le mosse dall’esistenza di tre diverse versioni della stessa opera di Pietro Abelardo, la Theologia. Secondo un modus operandi caratteristico del pensiero e della scrittura di Abelardo, è possibile distinguere, nel processo ininterrotto di scrittura che va dalla condanna del 1121 a Soissons a quella del 1140 a Sens, tre stadi testuali, cui gli studiosi abitualmente si riferiscono come alle versioni della «Summi boni», della Christiana e della «Scholarium». La tesi si propone di stabilire il rapporto tra le tre versioni della Theologia, che il suo autore doveva considerare come un’opera, ma che comincia a essere trattata, sin dal titolo, come una disciplina. L’analisi teorica dello statuto epistemico della conoscenza divina nella prima parte della tesi trova una conferma nella ricostruzione storico-filosofica del progetto ‘editoriale’ della Theologia nella seconda parte, progetto che nasce segnato dalla consapevolezza del divario incolmabile tra l’insondabilità dei misteri legati alla natura di Dio e il controllo scientifico dei processi che reggono la sua manifestazione storica nella Rivelazione scritturale. In questo modo prende forma come proposta il tentativo di comprendere l’incompletezza della Theologia quale riflesso di una condizione strutturale del pensiero, quando è chiamato a farsi pensiero di Dio (come genitivo oggettivo). Alla luce di questa ipotesi interpretativa si può comprendere compiutamente quale sia il progresso dell’opera teologica abelardiana, che resta la ‘stessa’ quanto all’acuta percezione dei limiti della conoscenza umana di Dio e del linguaggio chiamato a esprimerla, ma cambia ed è continuamente ‘altra’ quanto alle istanze di rinnovamento che motivano un ricorso sempre più esigente, per quanto costitutivamente insoddisfacente, agli strumenti logici, che rappresentano l’unica forma possibile di gestione del reale, da condurre in corrispondenza con le evidenze del mondo e in coerenza con la Rivelazione.

«Quid verisimile sit dicturum me arbitror». Il laboratorio delle Theologiae di Pietro Abelardo

Giannetta, M
2018

Abstract

La tesi di dottorato prende le mosse dall’esistenza di tre diverse versioni della stessa opera di Pietro Abelardo, la Theologia. Secondo un modus operandi caratteristico del pensiero e della scrittura di Abelardo, è possibile distinguere, nel processo ininterrotto di scrittura che va dalla condanna del 1121 a Soissons a quella del 1140 a Sens, tre stadi testuali, cui gli studiosi abitualmente si riferiscono come alle versioni della «Summi boni», della Christiana e della «Scholarium». La tesi si propone di stabilire il rapporto tra le tre versioni della Theologia, che il suo autore doveva considerare come un’opera, ma che comincia a essere trattata, sin dal titolo, come una disciplina. L’analisi teorica dello statuto epistemico della conoscenza divina nella prima parte della tesi trova una conferma nella ricostruzione storico-filosofica del progetto ‘editoriale’ della Theologia nella seconda parte, progetto che nasce segnato dalla consapevolezza del divario incolmabile tra l’insondabilità dei misteri legati alla natura di Dio e il controllo scientifico dei processi che reggono la sua manifestazione storica nella Rivelazione scritturale. In questo modo prende forma come proposta il tentativo di comprendere l’incompletezza della Theologia quale riflesso di una condizione strutturale del pensiero, quando è chiamato a farsi pensiero di Dio (come genitivo oggettivo). Alla luce di questa ipotesi interpretativa si può comprendere compiutamente quale sia il progresso dell’opera teologica abelardiana, che resta la ‘stessa’ quanto all’acuta percezione dei limiti della conoscenza umana di Dio e del linguaggio chiamato a esprimerla, ma cambia ed è continuamente ‘altra’ quanto alle istanze di rinnovamento che motivano un ricorso sempre più esigente, per quanto costitutivamente insoddisfacente, agli strumenti logici, che rappresentano l’unica forma possibile di gestione del reale, da condurre in corrispondenza con le evidenze del mondo e in coerenza con la Rivelazione.
My dissertation is concerned with the three clearly ordered versions («Summi boni», Christiana and «Scholarium») of the same theological work, that is the Theologia of Peter Abelard. If, on the one hand, the entire work proves to be ultimately in fieri, on the other a clearly defined modus operandi underlies its different versions. The first of them was convicted during Soisson’s council in 1121 and the same fate affected, but this time more emphatically, the third one during Sens’s council in 1140. The purpose of my dissertation is to specify the relationship between the Theologia’s versions, whose title suggested a ‘new’ disciplinary domain. In the first part of the work I analyse the theoretical foundations of God’s knowledge, while, in the second, I assume their effects as related to the evolution of the Theologia. Abelard’s theological masterpiece is scarred by an awareness of an unbridgeable gap between the unfathomable misteries of God and the hystorical and linguistical Revelation. From this viewpoint, both the revisions of the Theologia and its incompleteness turn out to be essential conditions of the work itself. Accordingly, it proves to be the same work as regards the firm belief that man cannot have but a limited knowledge of God, but a different one as regards the use of the logical, grammatical, and rhetorical instruments serving a scientific understanding of the world, it being understood that this kind of knowledge always occurs in conformity with the Revelation.
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