In 1927 El Lisitskij makes his "second exhibition space" for the Landesmuseum in Hannover, the famous Kabinett der Abstrakten thanks to which Gropius wrote, "the visitor could contemplate and understand abstract paintings in a suitable architectural configuration". The installation - a work, an exhibition, a setting - was commissionated by the young director of the Landesmuseum, Alexander Dorner. He thought that art was a form of creativity and of creation similar to science and he chose to show in the museum rooms the cognitive meaning of artwork, firts of all its specific epistemological status. A critical perspective organically expressed in the essay The Way Beyond "Art" (1958), which Dorner had translated, since the twenties, in a revolutionary conception of museology, not based on the preservation and promotion of a single masterpiece and its aura, but rather based on reconstruction of cultural contexts (he invented the "atmosphere rooms") and education. The essay focuses on the complexity of Dorner’s theory about the museum, reconstructing the theoretical assumptions and highlighting the most heretical and innovative aspects - for example the use of the copies - which caused scandal and even censorship at the time. Dorner had an idea of a living museum, far away from the sacredness of the white cube imposed as a universal model by Moma. Today the Dorner’s idea is present in the debate about the new features of the museum and of exhibition practices of research, where the contribution of artists became increasingly important, as Dorner had early foreseen.

Nel 1927 El Lisitskij realizza per il Landesmuseum di Hannover il suo “secondo ambiente per mostre”, quel celebre Kabinett der Abstrakten grazie al quale, scriverà Gropius, “il visitatore aveva la possibilità di contemplare e di comprendere quadri astratti inseriti in una configurazione architettonica loro adatta”. A commissionare l’installazione – un’opera, un allestimento, una scenografia – era stato il giovane direttore del Landesmuseum, Alexander Dorner, il quale, nella convinzione che l’arte fosse una forma di creatività e di produzione vicina alla scienza, aveva scelto di privilegiare e, quindi, di mostrare nelle sale del museo il significato conoscitivo dell’opera, il suo essere innanzitutto testimonianza di una specifica condizione epistemologica. Una prospettiva critica espressa in maniera organica nel saggio The Way beyond “Art” (1958), che Dorner avrebbe fin dagli anni Venti tradotto in una rivoluzionaria concezione museologica, informata non più ai principi della conservazione e della valorizzazione del singolo capolavoro e della sua aura ma orientata piuttosto alla ricostruzione dei contesti culturali (sua l’invenzione delle “atmosphere rooms”) e all’educazione. Il saggio intende mettere in luce appunto la complessità del pensiero sul museo di Dorner, ricostruendone i presupposti teorici ed evidenziandone gli aspetti più eretici e innovativi – uno fra tutti, l’uso delle copie – che all’epoca furono motivo di scandalo e persino di censura. Quella di Dorner è un’idea di museo vivente, che, lontana dalla sacralizzazione astorica del white cube imposto a suo tempo come universale modello dal Moma, oggi trova ampio riscontro nel dibattito sulle nuove funzioni del museo e nelle pratiche espositive di ricerca, dove appare sempre più determinante, come lo stesso Dorner aveva precocemente intuito, il contributo degli artisti.

Alexander Dorner, The way beyond "museum"

ZULIANI, Stefania
2016

Abstract

Nel 1927 El Lisitskij realizza per il Landesmuseum di Hannover il suo “secondo ambiente per mostre”, quel celebre Kabinett der Abstrakten grazie al quale, scriverà Gropius, “il visitatore aveva la possibilità di contemplare e di comprendere quadri astratti inseriti in una configurazione architettonica loro adatta”. A commissionare l’installazione – un’opera, un allestimento, una scenografia – era stato il giovane direttore del Landesmuseum, Alexander Dorner, il quale, nella convinzione che l’arte fosse una forma di creatività e di produzione vicina alla scienza, aveva scelto di privilegiare e, quindi, di mostrare nelle sale del museo il significato conoscitivo dell’opera, il suo essere innanzitutto testimonianza di una specifica condizione epistemologica. Una prospettiva critica espressa in maniera organica nel saggio The Way beyond “Art” (1958), che Dorner avrebbe fin dagli anni Venti tradotto in una rivoluzionaria concezione museologica, informata non più ai principi della conservazione e della valorizzazione del singolo capolavoro e della sua aura ma orientata piuttosto alla ricostruzione dei contesti culturali (sua l’invenzione delle “atmosphere rooms”) e all’educazione. Il saggio intende mettere in luce appunto la complessità del pensiero sul museo di Dorner, ricostruendone i presupposti teorici ed evidenziandone gli aspetti più eretici e innovativi – uno fra tutti, l’uso delle copie – che all’epoca furono motivo di scandalo e persino di censura. Quella di Dorner è un’idea di museo vivente, che, lontana dalla sacralizzazione astorica del white cube imposto a suo tempo come universale modello dal Moma, oggi trova ampio riscontro nel dibattito sulle nuove funzioni del museo e nelle pratiche espositive di ricerca, dove appare sempre più determinante, come lo stesso Dorner aveva precocemente intuito, il contributo degli artisti.
In 1927 El Lisitskij makes his "second exhibition space" for the Landesmuseum in Hannover, the famous Kabinett der Abstrakten thanks to which Gropius wrote, "the visitor could contemplate and understand abstract paintings in a suitable architectural configuration". The installation - a work, an exhibition, a setting - was commissionated by the young director of the Landesmuseum, Alexander Dorner. He thought that art was a form of creativity and of creation similar to science and he chose to show in the museum rooms the cognitive meaning of artwork, firts of all its specific epistemological status. A critical perspective organically expressed in the essay The Way Beyond "Art" (1958), which Dorner had translated, since the twenties, in a revolutionary conception of museology, not based on the preservation and promotion of a single masterpiece and its aura, but rather based on reconstruction of cultural contexts (he invented the "atmosphere rooms") and education. The essay focuses on the complexity of Dorner’s theory about the museum, reconstructing the theoretical assumptions and highlighting the most heretical and innovative aspects - for example the use of the copies - which caused scandal and even censorship at the time. Dorner had an idea of a living museum, far away from the sacredness of the white cube imposed as a universal model by Moma. Today the Dorner’s idea is present in the debate about the new features of the museum and of exhibition practices of research, where the contribution of artists became increasingly important, as Dorner had early foreseen.
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