La poesia dell’ultimo ventennio sembra rappresentare in modo eloquente e completo l’individualismo che domina l’occidente: gli stili poetici sembrano non appartenere né contestare nessun tipo di tradizione, ma denunciano comportamenti sociali diffusi quali il narcisismo, il rifiuto di ogni idea di “gruppo”, l’effusione perversa del sé. È il dibattito proposto da numerosi critici contemporanei – tra cui Mazzoni, Giovannetti, Bertoni –: la tendenza comune è quella di dare unicità ontologica ai propri sentimenti senza trasformarli linguisticamente né rielaborarli dal punto di vista figurale reclamando, come unico fine della propria scrittura, consensi piuttosto che scambi di competenza con i critici o i poeti più esperti e in generale con l’eventuale “pubblico della poesia”. Lì dove la poesia è diventata dunque modello esemplare di soggettivismo – e quindi di egocentrismo, cioè di incapacità di filtrare e rappresentare in maniera oggettiva la realtà (che resta il grande scopo dello scrivere poesia) l’intervento indaga la possibilità di uscita dal postmoderno e dal suo solipsismo attraverso l’analisi di tre opere, pubblicate rispettivamente nel 2006 – L’opposta riva di Fabiano Alborghetti (LietoColle, poi ristampato nel 2013 da La vita felice in una seconda edizione rivista e aggiornata), nel 2009 – l’antologia Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 di Fabio Pusterla (Einaudi) e nel 2017 – La stazione di Bologna di Matteo Fantuzzi (Feltrinelli). I tre autori in esame sono accomunati dalla volontà di raccontare la società e i suoi mutamenti attraverso un linguaggio piano, prosastico, che rivela la capacità della poesia contemporanea di recuperare l’imitatio, cioè l’imitazione – la riproduzione – della realtà, degli eventi, dei protagonisti del quotidiano, della vita vera. D’altronde fin dall’inizio del Novecento ritmica, linguaggio e sintassi del testo poetico si sono avvicinati a ciò che i formalisti russi chiamavano byt, cioè le abitudini e le attività umane consuete: i tre autori in esame si allontanano, pertanto, dall’uso alienato della lingua per entrare nella precisione degli eventi (e dunque in una dimensione linguistica epico-narrativa). Alborghetti racconta nei suoi versi le voci dei clandestini con cui ha vissuto per diverso tempo a cavallo tra il 2001 e il 2004 con una forma e uno stile che stanno in un linguaggio chiaro, diretto, a volte teso, il quale non concede niente alla retorica; Pusterla vede e registra il disorientamento della società contemporanea ponendosi come un viandante alla ricerca di un equilibrio umano da cui sembra essere sempre più avulsa con un verso che usa vocaboli netti, precisi e che si riempie della specificità di oggetti impersonali, nominati in un lungo catalogo che non produce mai effetti di straniamento. Fantuzzi, infine, ripercorre le vicende di quella che è stata la più grande strage di civili del dopoguerra italiano attraverso un racconto corale in versi della reazione di Bologna a quel tragico giorno utilizzando un linguaggio privo di artifici, narrativo, cronachistico – alternando ai versi stralci della documentazione storiografica relativa alla strage e alle sue vittime.

Realtà e cronaca in Alborghetti, Fantuzzi, Pusterla: una proposta di uscita dal postmoderno.

eleonora rimolo
2019-01-01

Abstract

La poesia dell’ultimo ventennio sembra rappresentare in modo eloquente e completo l’individualismo che domina l’occidente: gli stili poetici sembrano non appartenere né contestare nessun tipo di tradizione, ma denunciano comportamenti sociali diffusi quali il narcisismo, il rifiuto di ogni idea di “gruppo”, l’effusione perversa del sé. È il dibattito proposto da numerosi critici contemporanei – tra cui Mazzoni, Giovannetti, Bertoni –: la tendenza comune è quella di dare unicità ontologica ai propri sentimenti senza trasformarli linguisticamente né rielaborarli dal punto di vista figurale reclamando, come unico fine della propria scrittura, consensi piuttosto che scambi di competenza con i critici o i poeti più esperti e in generale con l’eventuale “pubblico della poesia”. Lì dove la poesia è diventata dunque modello esemplare di soggettivismo – e quindi di egocentrismo, cioè di incapacità di filtrare e rappresentare in maniera oggettiva la realtà (che resta il grande scopo dello scrivere poesia) l’intervento indaga la possibilità di uscita dal postmoderno e dal suo solipsismo attraverso l’analisi di tre opere, pubblicate rispettivamente nel 2006 – L’opposta riva di Fabiano Alborghetti (LietoColle, poi ristampato nel 2013 da La vita felice in una seconda edizione rivista e aggiornata), nel 2009 – l’antologia Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 di Fabio Pusterla (Einaudi) e nel 2017 – La stazione di Bologna di Matteo Fantuzzi (Feltrinelli). I tre autori in esame sono accomunati dalla volontà di raccontare la società e i suoi mutamenti attraverso un linguaggio piano, prosastico, che rivela la capacità della poesia contemporanea di recuperare l’imitatio, cioè l’imitazione – la riproduzione – della realtà, degli eventi, dei protagonisti del quotidiano, della vita vera. D’altronde fin dall’inizio del Novecento ritmica, linguaggio e sintassi del testo poetico si sono avvicinati a ciò che i formalisti russi chiamavano byt, cioè le abitudini e le attività umane consuete: i tre autori in esame si allontanano, pertanto, dall’uso alienato della lingua per entrare nella precisione degli eventi (e dunque in una dimensione linguistica epico-narrativa). Alborghetti racconta nei suoi versi le voci dei clandestini con cui ha vissuto per diverso tempo a cavallo tra il 2001 e il 2004 con una forma e uno stile che stanno in un linguaggio chiaro, diretto, a volte teso, il quale non concede niente alla retorica; Pusterla vede e registra il disorientamento della società contemporanea ponendosi come un viandante alla ricerca di un equilibrio umano da cui sembra essere sempre più avulsa con un verso che usa vocaboli netti, precisi e che si riempie della specificità di oggetti impersonali, nominati in un lungo catalogo che non produce mai effetti di straniamento. Fantuzzi, infine, ripercorre le vicende di quella che è stata la più grande strage di civili del dopoguerra italiano attraverso un racconto corale in versi della reazione di Bologna a quel tragico giorno utilizzando un linguaggio privo di artifici, narrativo, cronachistico – alternando ai versi stralci della documentazione storiografica relativa alla strage e alle sue vittime.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11386/4813445
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